Un giorno ti guardi allo specchio e il simbolo della tua femminilità ti appare straniero.

Vedi,  con gli occhi nemici, che la tua peggior paura si è incarnata dentro di te; senti la sua presenza con le dita che vorrebbero fuggire da quel contatto, ma che tornano sempre su quel piccolo punto duro.

Epppure la tua mente non capisce.

Si irrigidisce davanti alla possibilità che “tocchi a te”.

 Si rifiuta di far entrare quel pensiero, quella paura e comincia a giocare a nascondino in un alternarsi di false speranze, di illusioni e di paure sempre più forti, più profonde, accompagnate dal pensiero che non è possibile scappare, non è più possibile far finta di niente. E’ lì in te che tacitamente urla la sua presenza, la sua forza….e la tua debolezza. Difficile da accettare l’idea che questa sinistra presenza non sia più un nome  spaventoso ma lontano da te e che si sia trasformato invece nella tua nuova realtà.

Tremendo questo momento.

E’ una battuta d’arresto nella tua vita, è un punto di non ritorno. Sai che è dentro di te, lo senti, lo immagini, ne hai la sicurezza prima ancora che siano gli esami o i medici a confermartelo..

Eppure questa idea nella tua mente continua a non avere senso.

 Ogni fibra del tuo corpo, ogni alito del tuo pensiero vorrebbe scappare, non dover affrontare questo soffio di morte, questo combattimento che, comunque andrà a finire, avrà ucciso la tua essenza di vita.

 Non sarai  mai più  la persona che eri prima.

Quando finalmente la tua mente è in grado di far finta di accettare quest’idea, la paura è ormai padrona di ogni tuo pensiero, della tua vita e tu senti già l’odore della morte addosso.

Comincia la trafila dei medici, degli esami, degli interventi, della chemioterapia.

Ti verranno vomitati   addosso quintali di parole che la tua mente farà fatica a capire, a trattenere.

 Quanti occhi vedranno la tua nudità, cercheranno in essa la tua malattia e diventeranno sfuggenti, imbarazzati quando la incontreranno.

Scandaglieranno il tuo corpo coi loro macchinari, cercando questo parassita mostruoso

 

 

che vive succhiando la tua vita, cibandosi della tua carne, prendendo possesso di te, annidandosi in ogni istante, in ogni respiro, in ogni pensiero.

Incontri medici che senza nessun rispetto, masticando chewingum e parlando contemporaneamente della loro ultima settimana bianca con un collega, ti dicono che la morte è venuta ad abitare nel tuo corpo….”ma non si deve preoccupare, perché basta un taglietto qui……”, un pezzo del tuo corpo tagliato via, la tua femminilità uccisa,  nessuna certezza per il futuro…ma…..”ma vedrà, stia tranquilla, ci pensiamo noi….”.

Cerchi di esprimere le tue paure, hai mille domande che si accavallano e si annodano nella mente strozzandoti la gola, ma il tempo della visita è finito, c’è un altro paziente…..”stia tranquilla, si affidi a noi, la chiameremo noi……..”

E ti ritrovi fuori dalla porta dell’ambulatorio, senza rendertene conto sei invecchiata di cento anni ma intorno a te niente è cambiato. Solo l’aria non ha più suoni, tutto arriva ovattato, inutile.

 Il terrore ti ha portato ad urlare il tuo dolore scegliendo una grande clinica, quasi che un nome importante su una targa d’ottone, una visita a pagamento, potessero fermare il tempo, far cambiare il destino.

 Un po’ come quel cavaliere che corre corre per fuggire alla morte a Samarcanda, ma la morte è proprio lì che lo aspetta.

Non si può scappare.

Torni fra le mura della tua casa e capisci che ormai sei diversa, tutto è diverso. Non appartieni più a quel mondo. I tuoi pensieri, l’aria che respiri, ciò che senti,…non sono più gli stessi.

Le persone che hai intorno fanno ormai parte di un’altra realtà.

 Tu sei stata catapultata in un’altra dimensione.

Dio! che desiderio di scappare, di correre lontano, ma non è possibile fuggire da se stessi.

 La cosa che ti spaventa… che mi spaventa, che mi terrorizza, mi fa temere di impazzire è dentro di me, è una parte inscindibile di me….non posso scappare.

Sento la sua presenza nel mio corpo, ma soprattutto lo avverto nella mia mente.

Sta invischiando i miei pensieri col suo odore di morte, non c’è più un briciolo di

 

 

 

lucidità in me.

Come il rullo ininterrotto di un tamburo un pensiero mi bombarda la mente: HO IL CANCRO… HO IL CANCRO… HO IL CANCRO.

Frase  così immensa che la mia piccola mente umana fa fatica a comprendere, ad accettare.

Parola innominabile che sbatte contro le pareti del mio cervello esplodendo in un sordo urlo di impotenza.

Ho paura!

 L’angoscia del futuro, i mille pensieri, mi fanno vivere in una bolla di sapone. Vedo tutto lontano, privo di senso.

 I gesti della mia quotidianità diventano strani, senza senso.

Non ho futuro, non senso del presente……adesso basta!

 Non ce la faccio proprio più.

 Anche questa mi doveva capitare, non ce la faccio più, mi arrendo, rinuncio.

 Non posso…….non devo…….

Lotta costante per accettare questa realtà che non vorrei vedere.

Ho sempre amato la vita, ma non ho mai temuto la morte.

Eppure in questo momento ho il terrore di morire.

 Vorrei urlare, vorrei piangere, vorrei capire il senso  …..ed invece mi vesto di ipocrisia e continuo la mia vita, anche se dentro di me sono un magma scoppiettante di sensazioni, di pensieri, di contraddizioni, di urla di dolore e di sprazzi di disperazione.

Mi chiedo quel’è il senso di questa cosa che mi è capitata. Ma non trovo risposta.

 In tutto questo marasma il pensiero fisso è mia figlia. Cosà sarà di lei se dovessi trascinarmi per mesi nella malattia o se dovessi morire?

Panico che si aggiunge al panico.

Mi guardo in giro ma non vedo nessuno.

 Qualche presenza fisica ma anche la più vicina fa ormai parte di un altro mondo, parla un’altra lingua, vive un’altra vita.

Altre visite, altri esami.

Ormai sai la verità, sai che è dentro di te, lo hai visto chiaramente nell’ecografia, ma

 

 

 

mentre aspetti il medico preghi ancora che non sia vero.

E’ una realtà che non riuscirai mai ad accettare veramente

Altro ospedale, altri medici.

Questa volta sono fortunata, questi medici sono anche esseri umani, mi parlano, mi ascoltano mi danno l’impressione di prendersi davvero cura di me.

Ormai è tutto chiaro, tutto confermato, tutto deciso….: si deve operare….è maligno…..e poi…………

Vivo la tragedia più grande della mia vita fingendo una padronanza di me che non ho, una forza che ormai mi ha abbandonato ma non posso spaventare mia figlia. Devo parlarle, prepararla a questa mia assenza, cercare di farle capire che è una situazione provvisoria, che poi tutto tornerà come prima.

 So che non è così e vorrei urlare forte la mia paura, la mia solitudine, il mio dolore, ma tanto non servirebbe a cambiare le cose.

Eccomi in un letto di ospedale, non più padrona del mio tempo né del mio corpo e forse neanche della mia vita.

Un’escalation di paura, di inutili preghiere e di cocenti delusioni.

Signore fa che non sia maligno……………confermato è maligno.

Signore fa che non debbano asportarmi tutto il seno………..mastectomia totale

Signore fa che non abbia intaccato i linfonodi……..linfonodi parzialmente intaccatii

Signore fa che non debba fare la chemioterapia…..è necessario fare la chemioterapia.

Signore fa che non mi cadano i capelli( impressionerei mia figlia)…..mi cadranno i capelli.

Che Dio strano che sei

Da sempre ti prego, ti chiedo cose che tu immancabilmente mi neghi. Mi son sempre detta che Tu sai qual è il mio bene…. ma mi spieghi in questa storia dov’è il mio bene?

Sai ti ho sempre considerato un Dio-amico vicino a me, che condivideva con me la gioia di un tramonto e il sorriso davanti ad un bimbo che dorme o una lacrima davanti alla sofferenza umana….ma mi sbagliavo. Ora ti sento come un Dio seduto sul tuo trono, tanto lontano da me, quasi indifferente alla mia vita

Non sono arrabbiata con  Te. Non  chiedo perché a me?

 

 

 

 Però sai, non credo ti pregherò ancora per chiederti qualcosa. Non capisco il senso della preghiera.

 Tu fai comunque quello che vuoi e allora che senso ha implorarti per cambiare le cose?

Non ho perso la fede.

Credo che tu abbia un piano divino sulla mia vita e forse, Tu sei in grado più di me di scegliere il mio bene. Accetto tutto quello che Tu mi manderai, accetto incondizionatamente la Tua volontà, cercherò di viverla nel migliore dei modi per renderti testimonianza, per rendere testimonianza del Tuo amore, ma  il mio rapporto con Te non è  più di amicizia, sarà solo di obbedienza e sottomissione nel mio annientamento. Ho risposto il mio  “Eccomi” tante volte alla Tua chiamata, ed ancora una volta lo ripeto: “Eccomi, sia fatta la Tua volontà”. Ma nella mia anima c’è la morte, il mio pensiero è spento e il gelo della Tua lontananza ha ibernato ogni sensazione e desiderio.

Non ce la faccio. Non riesco ad accettare questo mostro che ha trasformato la mia vita in una vita a termine, a scadenza.

  Sono in ospedale.

Cosa dire?......sto vivendo un incubo, ma perché non mi sveglio?

Visite….. aghi….. biopsia….. intervento….. diagnosi finale.

Sette giorni e tutte le mie speranze sono morte, il mio seno è finito fra i rifiuti insieme alla mia femminilità, e la mia mente forse lo sta seguendo.

Ma non posso lasciarmi andare, non posso cedere, non posso per mia figlia.

E adesso cosa sarà la mia vita?

Mi sento ad un bivio e non vedo dove portano le strade che ho davanti.

Quale sarà la mia strada?

Dopo un periodo di cure potrò tornare ad una vita normale?

Anche se so che non sarò mai più come prima.

Oppure la mia vita ha imboccato il tunnel della malattia e i miei giorni saranno solo sofferenza fino alla morte?

Oggi mi hanno fatto la medicazione e ho visto quell’orribile rimasuglio di una pseudodonna. Mi sento una farfalla alla quale hanno strappato un’ala.

 

 

Torno a casa, da mia figlia, sono stanca, vorrei solo dormire e svegliarmi quanto tutto sarà finito. Già ma niente finirà, sarà ormai sempre così.

 E adesso secondo atto: la chemioterapia.

Appuntamenti che scandiscono il mio tempo. Tutto si muove in funzione del “giorno-chemio”

Arrivi in reparto e aspetti, e pensi a tutti quei letti occupati, a tutta quella gente in fase terminale, che magari ha iniziato proprio come te. E ti chiedi……”quando toccherà a me?”.

 C’è la morte nell’aria, non puoi non respirarla, ma l’angoscia è troppo grande, troppo reale, non puoi reggerla, ed allora guardi la persona in fianco a te, anch’essa con gli occhi dilatati dall’incapacità di accettare  e ti agganci ad una paura più piccola, una paura che puoi gestire, che puoi capire:.. “Speriamo che ci sia un’infermiera brava che mi trovi subito la vena”. Questa  è ancora una paura umana, che la tua mente tanto frastornata può contenere.

E gli appuntamenti si sussegguono, il rito si ripete, i capelli cadono, la nausea aumenta, le forze diminuiscono.

 Certe volte pensi di mollare tutto, meglio una morte sola che tante piccole morti.

Ormai la tua vita è completamente dominata dalla malattia, dalla chemioterapia, dalle visite, dai controlli.

 Non c’è posto per altro nelle tue ore e nel tuo cervello. Il tempo, la mente sono sature solo di questo.

Ma non puoi cedere, c’è tua figlia e poi tua madre è anziana e depressa non deve capire, ne morirebbe.

E allora non cedi.

Non vorresti alzarti al mattino, solo il pensiero di doversi vestire è uno sforzo superiore alle tue forze. Figurarsi affrontare la giornata.

 Mangi cibo che sa di distruzione e disperazione  e tu stessa hai addosso l’odore della chemio che ti perfora le narici.

Vorresti buttarti sul divano, ogni movimento è uno sforzo, ma non cedi, non vuoi che gli altri capiscano quanto stai male e si preoccupino per te.

 

 

 

 

Non molli, stringi i denti, ti chiudi in bagno a piangere… ma vai avanti.

Un giorno senti prurito alla tempia, ti gratti e ti ritrovi in mano una ciocca di capelli.

 Corri in bagno davanti allo specchio, ti tocchi in testa e a ciocche cadono nel lavandino.

 E’ quello che mancava alla tua agonia, ora nel giro di pochi giorni quella testa spogliata sarà la stigmata della tua malattia.

Sembrerebbe la cosa più stupida, la meno importante la caduta dei capelli, (si sa dopo ricrescono)…..ma non è così.

Trovare ciocche di capelli sul cuscino o vederli cadere, vedere quelle orribili zone di deserto è una delle cose più angoscianti per una donna.

Non hai ancora superato questo shock che cerchi di nascondere con una parrucca, che ecco ti trovi a sbattere contro un’altra cosa mostruosa: la protesi.

Alla mattina quando ti vesti ti senti veramente una povera crista che deve raccattare i pezzi di un corpo ormai sfatto.

 Non mi abituerò mai a questo seno finto che se ne va coi vestiti e nel quale spesso il braccio si impiccia.

Via la medicazione e davanti allo specchio ti senti morire…..quel vuoto squartato da un’immensa cicatrice ti ricorda la tua verità.

Finisce la chemio ma trascini ancora tutta la stanchezza e la fatica di vivere.

Il tuo corpo non ti sembra più tuo, lo guardi con sospetto, lo spii, quando ti lavi ti sfiori con l’angoscia di “sentire qualcosa”, hai paura a toccarti.

Si programmano i controlli come scadenze fisse, verifiche del fatto che si è ancora vivi e che, forse ci è concesso ancora del tempo. Prima tre mesi, poi sei, si allungano i tempi e tu ti sforzi di dimenticare e ricominci a respirare finquando si riavvicina la data di un altro controllo e ti ritrovi ancora immersa in un mare di paura, ancora ti viene ricordato che “sei a scadenza”, che la tua agonia può ricominciare perché il cancro è in te.

E’ passato più di un anno e solo ora le parole prendono forma nella mia mente.

Il lungo ululato silenzioso di dolore acquista immagini e significati, si rende visibile.

Forse solo ora sono in grado di  guardare in faccia quello che mi è successo.

E’ stata un’esperienza estrema, che ha carpito e monopolizzato la mia vita.

 E’ stata una sfida all’ultimo sangue, dove la razionalità era un’arma spuntata

 

completamente inutile, i sentimenti e le emozioni correvano come bighe impazzite senza auriga. Solo lui, il cancro, nuova divinità malefica scandiva il mio tempo, monopolizzava la mia vita.

Ti ho permesso di possedermi completamente, d’altra parte credo non esista forza umana in grado di contrastarti quando, come palla infuocata lanciata da una catapulta nemica, irrompi nella realtà della vita.

Stordita dalla tua violenza e dalla tua intensità non ho saputo far altro che arrancare su una scivolosa scala nella quale ogni gradino sembrava comunque non portare a niente.

Oggi sono qua.

 Ti ho davanti a me, la mia mente finalmente può afferrarti, può vederti in tutta la tua spaventosità, con tutti i giorni sfuocati nel ricordo ma tanto presenti da fare ancora male, giorni non vissuti a causa tua, ma solo attraversati come un incubo sospeso nella mente, circondati e impregnati  dal silenzio di questa vita muta che non mi apparteneva più.

Ora basta!

IO VOGLIO VIVERE!

Ti ho concesso o forse mi hai rubato uno spicchio di vita, ma non ho più intenzione di concederti neanche un istante.

Non so se il giorno in cui incontrerò la morte sarà a causa tua o di un camion o della fine del mondo.

 Potrà essere qualunque cosa. Nessuno ha dominio sulla morte, sul giorno, sull’ora.

 Ma sulla mia vita vera sì. E’ mia! Ogni istante mi appartiene e ho intenzione di viverlo nel miglior modo possibile.

Ti sei cibato abbastanza della mia mente e del mio corpo. Ora la festa per te è finita.

Forse la mia parte materiale dovrà seguire ancora il copione stabilito da te, ma la mia parte spirituale, la mia parte più vera, profonda ormai è libera.

Comunque vadano le cose IO HO VINTO.

Rieccomi finalmente pronta a vivere nel senso pieno del termine seguendo….”quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, quella voglia di “essere”, di camminare in ogni istante della mia vita a testa alta, sicura che quando incontrerò la morte mi troverà VIVA.


Grazie al Dr Steffano, alla Dr.ssa Giacoboni e al Dr. De Toma, per la loro sensibilità e professionalità.

Grazie agli infermieri del primo piano dell’Ospedale di San Donato Milanese, per la loro umanità e disponibilità.

Grazie ai pochi amici che mi sono stati vicini.

Grazie a mia figlia che si è dimostrata una piccola-grande donna.