RIGUARDARSI
I
manifesti esposti in questa mostra sono stati scelti con l'intento di
documentare le pratiche politiche, i progetti, il pensiero del Movimento delle
Donne in Italia dagli anni Settanta ad oggi, con particolare riferimento al Movimento
Femminista nelle sue diverse componenti; ciò perché negli anni considerati, il
fatto nuovo, l'evento rivoluzionario, sta proprio nella nascita di questo
Movimento, che a partire dalla definizione stessa di "differenza
sessuale" - non più mancanza o inferiorità ma valore e risorsa - inaugura
una stagione della storia in cui "nuove parole e nuovi metodi" (V.
Woolf) vengono pensati per comporre una identità femminile libera dagli
stereotipi culturali ereditati, una identità che prefigura una nuova civiltà
delle relazioni tra i sessi, fondata sul rispetto e la valorizzazione delle
reciproche differenze.
Attorno a questo Movimento, che sin dall'inizio si
presenta composito e variegato, si intrecciano le storie di altre associazioni
politiche, nate autonomamente e in tempi diversi. In particolare, l'Unione
Donne Italiane (UDI), nata nel secondo dopoguerra dai Gruppi di difesa
della donna e impegnata nelle lotte per l'emancipazione; il Movimento di
Liberazione della Donna (MLD), che nasce federato al Movimento Radicale,
dal quale prende le distanze nel 1978 proprio per affermare la propria
autonomia politica.
Movimento/Movimenti quindi, da ricostruire, da
studiare, anche attraverso le immagini.
Conservare, ordinare, mostrare un primo consistente
corpo di manifesti prodotti da questo Movimento significa pertanto fornire
materiali e suggerire ipotesi per la lettura politica e storiografica di una
vicenda essenziale a comprendere la storia italiana degli ultimi trent' anni.
Questa storia, in cui le donne sono state artefici di mutamenti culturali e
simbolici, sociali e politici epocali, è stata segnata da lacerazioni
inevitabili, da conflitti duri, da grandi affermazioni di libertà, da
contraddizioni ancora irrisolte, di cui la mostra dà conto, ricostruendo le
tappe dell’autodeterminazione e dell’autorappresentazione delle donne, e al
tempo stesso aprendo un grandangolo sulla società italiana contemporanea.
Riguardarsi, perché ...
... Il Movimento Femminista affidò soprattutto al
gesto e alla parola il proprio senso e non si pose il problema della
trasmissione né politica né storica del suo, patrimonio, nella baldanzosa
certezza di essere la politica, di essere la storia. Volantini e
manifesti, spesso senza data né luogo né firma, sono i documenti consueti prodotti
negli anni Settanta, fragili, effimeri, il cui reperimento è dovuto alla
passione documentaria tenace di alcune, o al caso: è fortuna rinvenirne copia,
e ogni copia ha un valore inestimabile.
Riguardarsi,
partendo anche da queste fonti di
carta colorata, mettendo in fila alcune parole chiave della pratica di quegli
anni, per vedere quali messaggi suggeriscono per l'interpretazione di quegli
eventi, la cui difficile trasmissibilità è un problema aperto, ancora oggi.
Oralità, scrittura, gestualità, rappresentazione: il recupero della memoria può
certamente essere affidato anche al racconto delle protagoniste, ma occorre
raccoglierlo in una relazione tra donne, oggi, che rispetti e capisca la
relazione politica del passato. Ciò significa che non è possibile scrivere una
storia "oggettiva" del Movimento Femminista eludendo la sostanza e il
metodo di quegli anni, anni in cui é nata la soggettività femminile, una misura
della ricerca storica e della pratica politica dalla quale né la storia né la politica
possono più prescindere.
Riguardarsi,
quindi, è necessario.
Riguardarsi
di nuovo allo specchio delle immagini per rintracciare le tappe di questo
percorso, per porre ancora domande, per avere ancora risposte.
Riguardarsi,
infine, anche per essere guardate, per
trasmettere una esperienza politica che ha mutato radicalmente le
rappresentazioni del femminile, i percorsi di identità, le relazioni tra i
sessi, per costruire una tradizione riconoscibile delle giovani, dai giovani.
I
manifesti...
...
presentati in questa mostra, pur nella fortunata casualità o nella testarda
ricerca di chi li ha raccolti presso la Fondazione Elvira Badaracco e altrove,
costituiscono un campione sufficientemente rappresentativo della produzione del
Movimento, sia dal punto di vista quantitativo che da quello tematico, politico
e geografico. Pochi negli anni Settanta, e rari, essi subiscono una vorticosa
impennata negli anni Ottanta. Anche la dimensione, varia nel primo decennio,
tende a stabilizzarsi in grande formato (cm. 70xl 00) negli anni successivi;
analogamente, la grafica elementare e diretta degli anni storici si fa
raffinata pensata man mano che il messaggio esce dal tono provocatorio e
conflittuale per proporre punti di vista e temi di riflessione vieppiù centrati
sull'affermazione della differenza sessuale, delle sue pratiche politiche,
delle sue forme di intervento, man mano il Movimento si apre politicamente alle
altre donne; tuttavia, ricercare solamente la qualità grafica di questi
manifesti è fuorviante.
L'importanza
di questi "testi" nasce infatti non tanto dalla loro diretta
fruibilità – le immagini di un Movimento - quanto dalla peculiarità di quelle
immagini di quel Movimento. Ciò che più conta è il rapporto tra
pratica politica e sua rappresentazione scelto dal Movimento soprattutto negli
anni Settanta, quando i modelli
ereditati del femminile si sciolgono al sole dell'autocoscienza e la necessità
di autorappresentazione "a partire da sé" diventa occasione insostituibile
per conoscersi individualmente e riconoscere le proprie simili.
Non
a caso, infatti, alcuni manifesti di questo primo decennio sono molto scritti,
enfatici, altri vistosamente "orali", gridati, altri discorsivi;
spesso la spudoratezza del gesto, l'ostentazione di un sesso negato e
clandestino, è il fatto più eclatante di una ricerca espressiva che partendo
dai girotondi in piazza approda ad una rappresentazione impensata del corpo
femminile: dolente, lacerato, urlante, provocatorio, negli anni Settanta,
diventa colto, ironico, sicuro di sé, negli anni Ottanta, sfumato, accennato,
"artistico", negli anni Novanta, nei quali si frantuma fino a
scomparire, stretto tra ossessione della privacy e ossessione delle
biotecnologie. Oggi infatti si assiste a un paradosso: la riprivatizzazione
della sessualità femminile nel momento stesso in cui il corpo delle donne
diventa "luogo pubblico".
Riguardarsi,
quindi, per ricordare a tutte e a
tutti che "il personale è politico", è il merito estremo di questa
mostra.
Leggere
il tempo ...
...
attraverso i manifesti qui raccolti, leggere la continuità e la discontinuità
nell'autorappresentazione del Movimento Femminista e del più ampio Movimento
politico delle donne, significa fare i conti con alcune categorie
storiografiche classiche, ben sapendo tuttavia che nella storia delle donne
"durata" può significare omologazione, e "mutamento" può
significare scomparsa. Per tali ragioni occorre molta cura nel dipanare le
fonti, per restituire ad esse la responsabilità di una parte di storia
delle donne; occorre individuarle e ordinarle evitando di annullare le
diversità dei soggetti che le hanno prodotte, anche quando l'unità
dell'obiettivo politico da raggiungere lascerebbe intendere una omogeneità
nelle origini e nei percorsi di ciascun gruppo. Ciò è vero soprattutto per i
manifesti, in cui la forza dell'immagine e del messaggio tende ad assorbire le
diversità delle firme che 1i sottoscrivono. Questa precisazione, che vale per
ogni immagine collettivamente proposta, è indispensabile quando a riempire lo
spazio mostrato sul muro è il corpo femminile.
La
lettura diacronica di queste fonti ci dice del Movimento, nel senso stretto di
qualcosa che muovendosi muta, più di quanto ciascun manifesto non suggerisca.
Non a caso infatti si è preferito ordinare il materiale della mostra secondo
criteri che hanno introdotto nella continuità del tempo una periodizzazione
legata alle tappe politiche del Movimento, sì da poter anche registrare
sincronie tematiche significative. Per esempio, mentre i temi relativi al corpo
(aborto, sessualità, contraccezione, maternità, violenza) sono un continuum degli
anni Settanta, essi incrociano a partire dagli anni Ottanta pacifismo, scienza,
filosofia, libertà, cittadinanza, subendo all'impatto con queste nuove
frontiere una modificazione talmente radicale da essere poi indecifrabili negli
anni Novanta, fin quasi a scomparire: un corpo diluito nei saperi, un nuovo
rischio di insignificanza.
Tuttavia,
l'intreccio tematico che continuamente si ripropone, parla di un mutamento che
non avviene attraverso il tempo, come progresso o emancipazione, bensì nel
tempo veloce della coscienza di sé che la relazione con le altre attiva, un
movimento che prima o poi rincontra il tempo della storia, col quale entra in
inevitabile attrito; in quegli anni si diceva dell'irrinunciabile nesso tra
emancipazione e liberazione, una dualità segnalata dall'ostinata presenza in
tutta la vicenda femminista dell'intreccio tra maternità e lavoro: ma questa è
la storia delle donne.
La
mostra suggerisce la presenza di un Movimento policentrico, sin dalle sue
origini. Accanto ad alcuni punti forti, al nord e al sud (Bologna, Firenze,
Milano, Venezia, Padova, Roma, Napoli, Catania) si intravede una trama
periferica fitta (Acireale, Giarre, Varese, L'Aquila, Comiso, Siena, Cosenza,
Ascoli Piceno, Alessandria, Aosta, Novara, Bolzano, e altre), sì da far pensare
che quello che oggi viene chiamato "femminismo diffuso", intendendo
con ciò quei comportamenti femminili inconsapevolmente segnati dal femn1inismo,
possa essere ascritto anche alla geopolitica del Movimento, alla sua presenza
diffusa sul territorio, oltre che al contagio politico e massmediale.
Sarebbe
pertanto interessante indagare il rapporto, se c'è, tra aree storiche
dell'emancipazionismo femminile e durata del messaggio femminista,
riscontrabile nei mutati comportamenti delle nuove generazioni. Ovvero quanto,
su questa durata e su questi mutamenti abbia inciso la civiltà istituzionale
consolidata di alcune città italiane
(Bologna,
Firenze, Ferrara, ma anche Milano), sia nel migliorare la qualità della vita
delle donne, sia nel recepire e rafforzare proposte e progetti nati nel cuore
del Movimento Femminista: si pensi soprattutto ai Centri Donna, all'uso
degli spazi urbani e ai servizi.
Quanto
tutto ciò ha da vedere con la praticabilità della libertà femminile? Quanto con
la sua visibilità? Quanto con la sua trasmissibilità?
Riguardarsi,
certo: cominciamo a riguardarci, ad
avere cura della nostra memoria, intanto.
1970 – 1979
L'inizio
del Movimento, ad eccezione del gruppo DEMAU (Demistificazione
Autoritarismo) che nasce a Milano nel 1965, coincide con la crisi "di
genere" del Movimento Studentesco, nel quale l'alleanza tra giovani, donne
e uomini, contro l'autoritarismo del modello scolastico e familiare si sfalda
alla luce delle contraddizioni di sesso.
Nel
biennio 1970-71 nascono infatti molti dei gruppi femministi storici, dai quali
prenderà le mosse la fitta rete di collettivi che rapidamente si estenderà su
tutto il territorio nazionale.
Tra
luglio e settembre del 1970, tra Roma e Milano, nasce Rivolta Femminile, che
pubblica immediatamente il suo Manifesto. Attorno alla figura di Carla
Lonzi, forse la mente più geniale del femminismo italiano, si aggrega un
gruppo che pone al centro l' autocoscienza, un radicale movimento di
deculturizzazione fondato sulla messa a fuoco di una sessualità autonoma
delle donne. Al primo manifesto seguiranno
molti
scritti, tutti pubblicati dalla casa editrice omonima del gruppo, che
continuerà a curarne in esclusiva la circolazione fino ai nostri giorni.
Sempre
nel 1970 nasce a Milano il gruppo Anabasi, che si fa portavoce delle
esperienze del femminismo americano. Anabasi pubblica nel 1972 un primo testo, Donne
è bello, che mutua l'orgoglio di questa asserzione dal movimento dei neri
d'America.
L'autocoscienza
e la pratica dell' inconscio sono i modi privilegiati della comunicazione
politica tra donne nei collettivi, riuniti in spazi separati. Analisi dei ruoli
sessuali e critica della famiglia sono i temi più ricorrenti in questi anni,
assieme ad una indagine spregiudicata sulla specificità della sessualità
femminile.
Gruppi
per il Salario al Lavoro Domestico nascono
in molte città italiane del nord e del sud, attorno ai collettivi di Lotta
Femminista, nati tra Padova e Ferrara nel 1971 da donne
provenienti per lo più dalle fila di Potere Operaio e del Movimento
Studentesco.
Questa
aggregazione politica si diffonde rapidamente in molte città italiane, seguendo
un po' la diaspora dei gruppi extraparlamentari verso gli insediamenti
industriali: un collettivo di Lotta Femminista nasce anche a Gela, in relazione
all'insediamento dell'ANIC in quel territorio. Punto di partenza della
riflessione del gruppo è l'individuazione di due aree di oppressione femminile,
la fabbrica e la casa. La rivendicazione della produttività del lavoro
domestico approda via via all'individuazione di tutte le questioni correlate:
controllo sui tempi di vita e di lavoro, potere dei soldi, salute,
autodeterminazione della maternità, tutti fatti che sostengono la necessità di
un salario al lavoro domestico da pagarsi da parte dello Stato, quale strumento
di accesso delle donne ad una cittadinanza compiuta. I manifesti di Lotta
Femminista che la mostra espone, dicono vistosamente, anche attraverso il
formato, l'urgenza di questo obiettivo.
Nella
seconda metà degli anni '70 matura in molti gruppi l'esigenza di dare uno
sbocco istituzionale alle riflessioni sulla sessualità e di risolvere la
questione millenaria dell'aborto clandestino. Sono questi, anni di intenso e
difficile dibattito nel Movimento, fino all'approvazione della Legge 194
che sancisce la libera scelta della maternità, l' autodeterminazione della
donna, nel maggio 1978: i collettivi, l'UDI, il MLD avevano compiuto un importante
percorso politico, dalla diversità delle storie e delle pratiche verso un
obiettivo comune, realisticamente posto e raggiunto. Alcuni manifesti dicono
quanto fu difficile e importante questo percorso.
A
partire dalla seconda metà del decennio, il Movimento è consapevole di aver
accumulato un'enorme ricchezza di pratica e di pensiero da custodire e da
spendere. La differenza/inferiorità è scomparsa dal senso comune lasciando
spazio a una differenza/valore da affermare.
In
questi anni, non a caso, inizia la pubblicazione dei più importanti periodici
politici e culturali del Movimento: Effe, DWF, Quotidiano Donna escono a
Roma; nel quadro romano dei periodici menzione a parte merita Differenze,
testata del Movimento Femminista Romano, curato a turno, a partire dal
1976, dai collettivi della città.
A
Milano, dal 1973, esce Sottosopra, che raccoglie le voci del femminismo
milanese, ma è aperto anche all'esperienza di altri gruppi. Alcuni dei fascicoli
più importanti sono collegati ad eventi significativi del Movimento, come i
Convegni di Pinarella di Cervia o il Seminario al Circolo De Amicis di Milano
su sessualità, maternità, contraccezione, aborto.
Sempre
a Milano, nel 1975 si apre in Via Dogana la Libreria delle donne,
il luogo politico nel quale sarà elaborato il "pensiero della differenza
sessuale", la forma egemone del Femminismo degli anni' 80.
L'esigenza
di coinvolgere nell'esperienza femminista quante più donne è possibile, induce
alcune donne insegnanti a riempire di contenuti di genere i corsi delle 150 ore
per le lavoratrici. Questa esperienza, richiamando temi come sessualità,
salute, famiglia, dentro una nuova forma di trasmissione tra adulte, diventerà
un laboratorio didattico prezioso per iniziative analoghe negli anni
successivi.
SENZA DATA
Nell'arco
di tempo considerato, proprio fino ai nostri giorni, e anche da parte di gruppi
o associazioni che hanno a cuore la cura della storia, si registra il fenomeno
del "senza data".
Dedicare
una sezione della mostra a questa peculiare tendenza diacronica è sembrato
opportuno, proprio anche in riferimento a quanto negli anni Settanta le donne
del Movimento dicevano e scrivevano: "i tempi delle donne sono i tempi che
le donne si danno".
D'altra
parte, il "partire da sé", che inaugura la presa di parola delle
donne nel Femminismo, è già un modo di interrompere il flusso temporale di un ragionamento
scandito dalla sequenza ordinata passato-presente-futuro. Sembra quasi che
l'omissione della data coincida con un bisogno di liberazione dalla stretta
scansione dei doveri che la divisione sessuale del lavoro impone ancora oggi
alle donne. I ruoli sessuali interiorizzati si azzerano in un tempo senza data,
un tempo finalmente per sé, un tempo che consente di dire "io sono
mia".
1980-1989
Tra
la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta il tema della
violenza sessuale si aggiunge a quello dell'aborto, una battaglia nel frattempo
riaperta dalla richiesta di abrogazione della legge 194 attraverso due
referendum proposti dal Movimento per la vita e dai Radicali. I referendum
confermeranno la legge.
In
molte città italiane, specie là dove erano stati attivi i Coordinamenti per
l'Autodeterminazione sorti a difesa della legge 194, si apre una stagione di
lotte articolate, che rilanciano la '"questione femminile" alle
amministrazioni locali per pretendere l'applicazione della legge in un quadro
più ampio: salute, informazione, servizi, spazi, una richiesta, quest'ultima,
che nel tempo tenderà a sganciarsi dalle altre, fino a diventare il terreno
privilegiato del rapporto tra donne e istituzioni in questi anni.
Contemporaneamente,
dai Centri antiviolenza aperti in tutta Italia dai Collettivi e dall'MLD arriva
la spinta a porre sull'agenda del Movimento la questione della violenza
sessuale. Anche qui, un comportamento maschile millenario diventa
improvvisamente intollerabile alla coscienza mutata delle donne,
nell'indignazione generale per il delitto del Circeo, nel 1975. Si costituisce
il Comitato promotore di una legge contro la violenza sessuale: MLD, UDI,
Movimento Femminista Romano, donne FLM, Radio Lilith, "Effe",
"Noi donne", "Quotidiano donna", sono i soggetti promotori
che nel giro di pochi mesi raccolgono attraverso centinaia di comitati
periferici oltre 300.000 firme, presentate al Parlamento nel 1980.
Tutto
questo lavoro è preceduto e accompagnato dalla nascita del cosiddetto"femminismo
sindacale", che trova voce nei Coordinamenti Donne, e soprattutto nell'Intercategoriale,
un'esperienza originale che innovando la prassi sindacale alla luce della
pratica femminista approderà all'importante convegno torinese Produrre e
riprodurre nell'Aprile del 1983.
Gli
anni Ottanta sono attraversati sin dall' inizio dalla nascita dei Centri Donna,
centri di documentazione, produzione
culturale e relazione politica. Dall'idea iniziale di una Casa, per le donne prima, delle donne poi, nasce
un fervore di iniziative un po' ovunque.
A Roma, Milano, Bologna, Bolzano, Siena, Venezia e anche a Torino, Verona, Foggia, Ferrara, Napoli, in qualche
caso con l'appoggio delle Giunte comunali
(Bologna, Venezia, Napoli) si aprono spazi, nei quali curare la memoria e la circolazione delle idee femministe.
Gli
anni Ottanta sono gli anni dell'espansione e delle svolte, delle alleanze e
delle diversificazioni in un Movimento sempre più radicato nel senso comune
delle donne, seppure a volte
inconsapevolmente.
Molti eventi nel 1983:
Il
legame sempre più stretto tra femminismo e antimilitarismo stabilisce una
ragnatela di rapporti fra donne di tutto il mondo. Le donne che da Seneca Falls,
da Greenham Common e da mezzo mondo giungono a Comiso 1'8 marzo 1983, chiamate
dalle donne del Campo "La ragnatela" e dal Coordinamento per
l'Autodeterminazione della Donna di Catania innovano la tradizione pacifista
con modi, gesti, oggetti, legati alla vita quotidiana; in queste azioni non
violente per la prima volta si manifesta quell' intreccio tra femminismo,
pacifismo, ecologismo che avrebbe occupato la riflessione degli anni a venire.
Qualche
anno dopo, infatti, sotto la spinta del disastro di Chernobyl e dell'aggravarsi
delle tensioni internazionali, molte donne del Movimento si trovano a ragionare
sulla scienza e il suo limite e ad allargare la riflessione ai "luoghi
difficili" e alle donne migranti, componendo pazientemente quel
mosaico transculturale del femminismo internazionale che tende un filo politico
riconoscibile tra ieri e oggi, da Comiso a Pechino, come la mostra fa vedere
chiaramente.
Sempre
nell'83, la Libreria delle donne di Milano pubblica il "Sottosopra
verde", un numero speciale che segna il passaggio dal cosiddetto
"femminismo storico" al "pensiero della differenza
sessuale". Esauritasi l’autocoscienza e definite in qualche misura le
vicende legislative del decennio precedente, l'attenzione si sposta sulle
relazioni duali tra donne, che riproducono l’asimmetria del rapporto
madre/figlia da cui scaturirebbe una disparità di valore, da rendere visibile
nei rapporti sociali.
La
maturità del Movimento si misura con un dibattito teorico e politico che
investe in particolare due aree del sapere, storia e filosofia, coscienza delle
origini e trascendenza, memoria e simbolico, spesso in questi anni considerati
come due opzioni alternative. Da una parte c'è l'urgenza di un bilancio
politico e il timore di perdere il filo di un percorso di identità, di mancare
ancora una volta quella continuità della presenza delle donne nella storia che
ha coinciso con la scomparsa dall'orizzonte storiografico. Dall'altra parte,
c'è il bisogno di affermare il primato della filosofia nell'affermazione della
libertà femminile. Nel 1987 la Libreria delle Donne di Milano pubblica Non
credere di avere dei diritti, che rilegge la storia del femminismo milanese
e di alcuni nodi del dibattito nazionale alla luce dell'approdo filosofico nel
pensiero della differenza. Nello stesso anno, sempre a Milano, esce "Lapis",
rivista
diretta
da Lea Melandri, in cui continua la riflessione del femminismo storico sulla
corporeità, il luogo delle origini, la dualità maschio-femmina, su quel
territorio negato dalla storia da cui tuttavia la storia non può prescindere.
Infine,
ancora nel 1987, vede la luce "Il foglio del Paese delle donne",
diretto da Marina Pivetta, testata che eredita la ricchezza della pubblicistica
femminista degli anni Settanta, ancor oggi strumento prezioso di confronto e
scambio tra le molte esperienze del Movimento politico delle donne, del quale
testimonia la durata, la diffusione, i mutamenti.
Tra
gli anni Ottanta e Novanta, il rapporto tra donne e conoscenza si estende a
tutti i territori del sapere. La mostra documenta diffusamente il moltiplicarsi
delle iniziative su cinema, teatro, letteratura, architettura, musica,
religiosità e quant'altro. Il pensiero delle donne, nel misurarsi con la
tradizione culturale sperimenta nuovi metodi e percorsi, sì da prefigurare una
nozione plurale del sapere nata nell'impatto con la soggettività
femminile, i saperi della differenza, per l'appunto.
In
questo quadro variegato, se c'è un tema che si presta a fare da filo conduttore
alla storia politica delle donne nell'Italia repubblicana questo è certamente
il tema della maternità e del materno: dalle lotte dell'UDI per la tutela delle
lavoratrici madri, e per il nuovo diritto di famiglia, al nesso
sessualità-maternità ricomposto nel femminismo, al recupero di un’idea di
maternità sociale nella battaglia per l’autodeterminazione, all'ordine
simbolico della madre prefigurato dal pensiero della differenza; e ancora ai
nostri giorni, e non da poco, la questione bioetica sembra evocare fantasmi di
espropriazione dell'esperienza materna delle donne da parte di un'area
consistente del patriarcato contemporaneo, che coltiva il sogno maschile della
generazione cerebrale. I manifesti parlano di un impegno delle donne volto a
fronteggiare questa minaccia, ma la questione è squisitamente politica,
collocata come già quella dell’aborto, sul nodo potere/sapere, da sciogliere in
"scienza e coscienza" delle donne.
1990.....
Alla
fine degli anni Ottanta, nel 1989, la riflessione femminista sulla storia porta
alla fondazione della Società Italiana
delle Storiche, dopo due anni di dibattito appassionato per costruire un
luogo di ricerca e di trasmissione della storia che parta dalla valorizzazione della soggettività
femminile.
Due
seminari inaugurano questa riflessione, il primo nello stesso 1989, a Fiesole,
sulla soggettività, il secondo nel 1991 a Orvieto, sulla ricerca didattica. La
forza di questo progetto culturale e politico si misura ogni anno alla Certosa
di Pontignano, nella Scuola Estiva di Storia delle Donne organizzata dalla
Società in collaborazione con
l'Università
di Siena. I manifesti della Scuola mostrano il clima sui generis delle
lezioni pontignanesi: donne in gruppo, nel 1990, poi, via via, un alternarsi di
individue autonome, riflessive, di relazioni amichevoli, di chiacchiere e
danze, di infanzie intelligenti, una storia vivace che si intreccia con la
serietà dei temi (famiglie, lavori, autorappresentazioni, corpi,
diritto/diritti, politica, sesso/genere, ecc).
Il
clima culturale degli anni Novanta, così come i manifesti lo rappresentano,
vede le donne occupare con agio tutti gli spazi della conoscenza.
Continuano
ad uscire i periodici storici, "Dwf' giunta alla sua quarta serie, e
"Lapis", nasce "Via Dogana", chiude "Memoria",
che era nata nel 1981.
L'approvazione
della legge 125 sulle azioni positive rende disponibili risorse economiche per
dare alle donne la più desiderabile delle opportunità: tempo per sé, per stare
insieme, riflettere, divertirsi anche. A cura dei Comitati Pari Opportunità istituiti
in numerosi Enti Pubblici, fioriscono iniziative utili e dilettevoli, che
estendono a molte il privilegio che era stato di poche, come quello goduto, a
partire dagli anni Ottanta, dalle donne che hanno frequentato i corsi del Centro
Virginia Woolf di Roma e della Libera Università delle Donne di
Milano.
Infine,
anche se sin dagli anni Ottanta il tema dei diritti politici e della libertà
delle donne nel contesto della democrazia occidentale riempie i volumi e le
sale dei convegni, la questione ancora aperta è quella della cittadinanza
femminile incompiuta: il nome dei figli, l'inviolabilità, la sovranità sul
proprio corpo, la valorizzazione del lavoro di cura, non sono all'ordine del
giorno della riforma costituzionale in corso.
L'impossibilità
di tradurre la consapevolezza del diritto in cittadinanza compiuta e quindi il
nodo che il Movimento politico delle Donne dovrà sciogliere in questa fine
millennio: preoccupazioni ma anche speranze, che questa mostra può e vuole
sostenere.
La
prima edizione della mostra Riguardarsi è stata organizzata a Milano,
nel teatro dell’Unione Femminile Nazionale (22 febbraio – 20 marzo 1996), dalla
Fondazione Elvira Badaracco, dagli Archivi Riuniti delle Donne, dall’Unione
Femminile Nazionale, in collaborazione col Centro Culturale delle Donne Mara
Meoni di Siena e con la Società Italiana delle Storiche.
I
manifesti esposti appartengono in gran parte alla Fondazione E. Badaracco; vari
centri di documentazione e gruppi politici hanno messo a disposizione i loro
poster.
Emma
Baeri e Annarita Buttafuoco hanno ideato l’iniziativa.
Anna
Giorgetti e Annarita Buttafuoco hanno compiuto le ricerche sulle biografie dei
gruppi e dei Centri, in collaborazione con Emma Baeri, Cinzia Banfi, Susanna
Giaccai e Laura Milani.
Emma
Baeri ha curato la prima schedatura del materiale iconografico e le schede
della mostra.
Il
catalogo della mostra, che riproduce un’ampia selezione dei manifesti, può
essere richiesto alla Fondazione Elvira Badaracco, Corso di Porta Nuova, 32,
20121 Milano – Tel. e fax. 02/29005987, e-mail fond.badaracco@mclink.it.
Le
informazioni sulla Fondazione si trovano sul sito www.fondazionebadaracco.it