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<p class=3DMsoNormal align=3Dcenter style=3D'text-align:center'><b style=3D=
'mso-bidi-font-weight:
normal'><span style=3D'font-size:44.0pt'>Yasmin<o:p></o:p></span></b></p>

<p class=3DMsoNormal align=3Dcenter style=3D'text-align:center'><b style=3D=
'mso-bidi-font-weight:
normal'><span style=3D'font-size:8.0pt'><o:p>&nbsp;</o:p></span></b></p>

<p class=3DMsoNormal align=3Dcenter style=3D'text-align:center'><b style=3D=
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normal'><span style=3D'font-size:8.0pt'><o:p>&nbsp;</o:p></span></b></p>

<p class=3DMsoNormal align=3Dcenter style=3D'text-align:center'><b style=3D=
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normal'><span style=3D'font-size:10.0pt'><o:p>&nbsp;</o:p></span></b></p>

<p class=3DMsoNormal align=3Dcenter style=3D'text-align:center'><b style=3D=
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normal'><span style=3D'font-size:10.0pt'><o:p>&nbsp;</o:p></span></b></p>

<p class=3DMsoNormal style=3D'text-align:justify'><b style=3D'mso-bidi-font=
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normal'><span style=3D'font-size:36.0pt'><o:p>&nbsp;</o:p></span></b></p>

<p class=3DMsoNormal style=3D'text-align:justify;line-height:150%'><span
style=3D'font-size:14.0pt;line-height:150%'>Stava iniziando il nuovo anno
scolastico. Appena entrato in classe, cercai subito di accaparrarmi il comp=
agno
migliore che mi sarebbe stato accanto durante tutta la seconda elementare. =
La
bambina dai capelli castani, carina, che avevo visto all&#8217;ingresso, <s=
pan
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp;</span>stava gi&agrave; seduta in prima fi=
la
accanto a Luca. Io non ero come lui. Luca era alto, biondo, snello, io inve=
ce
ero troppo basso, tozzo, con due braccia robuste che avevano il solo pregio=
 di
farmi rispettare da tutti. Ma ero un bambino buono, non avrei fatto del mal=
e a
una mosca. Cercai di individuare allora un compagno intelligente, che mi
sarebbe stato utile nel caso avessi avuto qualche difficolt&agrave; nello
studio. Purtroppo i miei compagni della prima elementare li avevo persi qua=
si
tutti. Ero stato bocciato. Quello alto con gli occhiali dava l&#8217;aria di
essere un piccolo genio matematico. Niente. Aveva gi&agrave; trovato un
compagno. Allora mi sedetti nella fila di fondo e aspettai che fosse il cas=
o, o
la provvidenza a scegliere per me. Erano entrati quasi tutti e mi trovavo
ancora solo. Sembrava che nessuno mi volesse, quando ad un tratto sentii co=
me
un sibilo alle mie spalle : &#8220;posso?&#8221;. &#8220;Certo&#8221; rispo=
si
senza voltarmi. Come avrei potuto impedire a chiunque di prendere posto vic=
ino
a me?<span style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp; </span>Poi la vidi: capelli
nerissimi, occhi azzurri, la pelle olivastra. Non mi riusc&igrave; di chied=
erle
come si chiamava. Almeno non per quel mio primo giorno di scuola. Non che n=
on
mi piacesse, tutt&#8217;altro. A volte, per&ograve;, quando siamo accanto a
persone di razza diversa dalla nostra siamo presi da una titubanza eccessiva
come se rimanessimo attanagliati da ci&ograve; che non si conosce. Fu lei c=
he
al terzo, quarto giorno di scuola, non ricordo bene, mi chiese come mi
chiamavo. &#8220;Enrico&#8221; risposi, aggiungendo subito dopo, quasi a
scusarmi &#8220;non &egrave; un bel nome&#8221;. &#8220;E&#8217; bellissimo,
invece&#8221; mi rispose. &#8220;E tu?&#8221; ebbi la forza di chiederle.
&#8220;Yasmin&#8221;. Non avevo mai sentito un nome cos&igrave; bello.
Pi&ugrave; che un nome sembrava un sussurro, un battito d&#8217;ali, il pro=
fumo
di un fiore. &#8220;Significa fiordaliso, in arabo&#8221; mi precis&ograve;
lei. Da quel giorno cominciammo a parlare sempre pi&ugrave; spesso. Le chie=
si
dove abitava, perch&eacute; era venuta a vivere in Italia, se aveva nostalg=
ia
della sua terra lontana. Un giorno tir&ograve; fuori dallo zaino un cartocc=
io<span
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp; </span>che emanava uno strano profumo.
&#8220;Ne vuoi?&#8221; mi chiese. Io risposi subito di no, un po&#8217; per
timidezza e anche perch&eacute; temevo che ci&ograve; che mi offriva non mi
piacesse. Ci rimase male al mio rifiuto, come se non mi fidassi di lei.
Cos&igrave; la mattina seguente fui io a chiederle &#8220; me ne dai un
po&#8217;?&#8221;. Non era male, anche se non riuscii a decifrare cosa
contenesse. Mia madre mi dava sempre due fette di pane con burro e marmella=
ta a
colazione. Ne offrii a Yasmin. &#8220;Buono&#8221; mi disse convinta.
Diversamente dall&#8217;anno precedente,<span style=3D'mso-spacerun:yes'>&n=
bsp;
</span>a scuola andavo abbastanza bene. Seguivo con attenzione le lezioni e
riuscivo a prendere ottimi voti, soprattutto in matematica. Talvolta
sorprendevo Yasmin nell&#8217;atto di copiare. Io all&#8217;inizio fingevo =
di
arrabbiarmi, ma poi la lasciavo fare. &#8220;St&agrave; attenta&#8221; le
dicevo &#8220;anche per questo ci vuole intelligenza. F&agrave; qualche
passaggio in pi&ugrave;, cancella ad arte qualche numero, altrimenti la mae=
stra
ci annulla il compito a tutti e due&#8221;. Se mi chiedeva qualche spiegazi=
one
facevo del mio meglio per aiutarla. Man mano che i giorni passavano mi
accorgevo per&ograve; che tra me e gli altri miei compagni si era eretto una
specie di muro. Mai che mi chiamassero per giocare a pallone con loro,
addirittura non mi rivolgevano pi&ugrave; la parola se non vi erano costret=
ti.
Quando, durante l&#8217;ora di ricreazione, io e Yasmin ci scambiavamo la
merenda e parlavamo insieme delle cose pi&ugrave; varie, li sentivo passare
accanto come se facessero finta di non vedermi e parlottavano tra di loro a
voce bassa. Io cercavo di carpire loro qualche parola, ma riuscivo a interp=
retare
di quel sommesso brusio solo l&#8217;ultima, &#8216;araba&#8217;. I miei
pomeriggi li trascorrevo sempre da solo a studiare. Non che me ne importasse
molto. Successe all&#8217;improvviso che mi ammalai. Una mattina di dicembre
mia madre mi annunci&ograve; che avevo quaranta di febbre. &#8220;Non puoi =
andare
a scuola in queste condizioni&#8221;. &#8220;Ma come&#8230;&#8221; protestai
io. Poi ricaddi stanco sulle lenzuola sudate. Mi toccai la fronte. Bruciavo.
Yasmin rester&agrave; sola stamani, pensavo. Stetti quasi una settimana a c=
asa
malato. Al mio rientro mi sarei aspettato rallegramenti da parte dei miei
compagni, pacche sulla schiena per la ritrovata guarigione! Niente. Nessuno=
 mi rivolse
la parola. Era come se non esistessi. Andai di corsa nell&#8217;ultima fila.
Yasmin non c&#8217;era. Chiesi notizie di lei ai miei compagni, alla maestr=
a,
alla custode, ma nessuno mi seppe dire nulla. In segreteria venni a sapere =
che
mancava da scuola da diversi giorni. Sapevo all&#8217;incirca dove abitava.=
 Un
po&#8217; fuori mano, dove tra alti ciuffi di erba incolta si ergevano come
giganti enormi blocchi di cemento armato. All&#8217;ultimo piano un cognome
conosciuto, il suo. Venne ad aprirmi suo padre. Per niente intimidito gli
chiesi se potevo parlare con la figlia. Finalmente,Yasmine! &#8220;Cosa ti
&egrave; successo? Perch&eacute; non vai pi&ugrave; a scuola? Sei
malata?&#8221;. &#8220;No&#8221; mi rispose lei &#8220;non voglio pi&ugrave;
entrare in quella classe. Mi prendono in giro, mi chiamano sporca
araba&#8230;&#8221;. &#8220;Da quando?&#8221; &#8220;Da quando ti sei ammal=
ato.
Mi hanno pure messo le mani addosso&#8230;&#8221; mi disse tra le lacrime.
&#8220;Devi tornare, Yasmin&#8221; le dissi deciso &#8220;lo devi fare&#822=
1;.
&#8220;No&#8221; insist&eacute; lei. Ma io non mi detti per vinto. &#8220;D=
evi
tornare a scuola, Yasmin&#8221; le ripetei ancora. &#8220;Non voglio che mi
prendano in giro, che offendano la mia gente&#8221; &#8220;Devi tornare,
Yasmin. Devi farlo&#8221;. &#8220;Per quale motivo?&#8221;. Non riuscivo
neppure io a trovarne. Le avrei voluto rispondere che forse aveva ragione l=
ei,
che faceva bene a starsene protetta nella sua casa, <span
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp;</span>ma non mi detti per vinto. &#8220;F=
allo
per me, Yasmin. Ho bisogno di te&#8221;. Il mattino seguente nessuno, come
sospettavo, os&ograve; darle noia o prenderla in giro. Capii che finch&eacu=
te;
stava con me era protetta. Nell&#8217;intervallo mi avvicinai alla cattedra.
Con una voce che non mi riconoscevo dissi , rivolto alla classe: <span
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp;</span>&#8220; badate bene, chiunque di voi
molesta Yasmin dovr&agrave; vedersela con me, intesi?&#8221;. Le mie braccia
poderose dovevano essere molto convincenti. No, non ero bello come Luca, ma
possedevo una dote che valeva cento volte la sua bellezza. Tutti i miei
compagni annuirono, e annu&igrave; anche la maestra che fino ad allora aveva
tollerato fin troppo quella situazione. Di l&igrave; a qualche giorno mi
invitarono a far parte della nuova squadra di baseball. Una domenica venni
invitato addirittura ad un compleanno. Prima di andarci pretesi ed ottenni =
che
ci fosse anche Yasmin. Come ero cresciuto! Mi sentivo decisamente migliore
dell&#8217;anno precedente, avevo fatto progressi in molte materie ma
soprattutto avevo imparato la cosa pi&ugrave; importante, il rispetto per il
prossimo. Tutti ne abbiamo diritto, indipendentemente <span
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp;</span>dal colore della pelle o dalla fede
religiosa. Adesso Yasmin &egrave; un fiordaliso appena sbocciato. Ha sedici
anni, un sacco di amici e sorride felice alla vita. Frequentiamo entrambi la
seconda superiore ed &egrave; ancora la mia compagna di banco. A volte le
chiedo se si rammenta<span style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp; </span>di quan=
do
voleva abbandonare la scuola. Lei mi guarda con aria sorpresa, sgrana<span
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp; </span>quei suoi profondi occhi azzurri <=
span
style=3D'mso-spacerun:yes'>&nbsp;</span>e<span style=3D'mso-spacerun:yes'>&=
nbsp;
</span>mi risponde ridendo: &#8220;Quando &egrave; successo? Non
ricordo!&#8221;.<o:p></o:p></span></p>

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