Marta

 

Quando ballai il tango avevo vent’anni. Era un qualcosa che attendevo da tempo, da quando avevo sentito a casa di un amico A media luz, un brano allora in voga; un tango argentino, composto nel 1925, che, a sentire quelli che già frequentavano le sale da ballo, rappresentava il massimo della sensualità mai ascoltata in una canzone.

Quel giorno, a casa del mio amico, lo suonava, con la fisarmonica, un vecchio contadino, da molti anni alle dipendenze di suo padre. Una musica che mi rimescolò il sangue, in maniera inusuale; qualcosa di simile l’avevo provato solo una volta, quando avevo sorpreso la servetta della casa di fronte, con le tende del bagno socchiuse. Alla mia vista si era presentata una pelle candida, seppure macchiata da due gemme rosa; n’ero rimasto talmente scosso che ancora oggi non so dire se quella visione mi avesse svelato il suo verginale seno o se non fosse stata, invece, solo la proiezione di desideri lungamente repressi, maturati guardando, su un giornale di mio padre, qualche foto di donna con la gonna sopra il ginocchio di un paio di centimetri e quella di una diva, apparsa a seno nudo in un film.

Erano occasioni nelle quali avevo sempre provato un’intensa emozione, cui aveva fatto seguito una tentazione ugualmente impellente, alla quale avevo posto un limite per la paura della prematura cecità che il mio confessore usava rappresentarmi con sospetta frequenza. Dopo quella musica, che sembrava sovrastare persino la stessa abbacinante visione, mai dimenticata, della servetta, mi sentivo invece già predisposto ad accogliere con animo sereno la cecità, fors’anche prematura.

Fu, tuttavia, a causa di mio padre, che questa volta scampai il pericolo. Quando giunsi a casa, infatti, mi distrasse con i suoi soliti discorsi; mi chiese dov’ero stato ed io, ancora confuso per la sensazione che avevo provato, ma già deluso per la prospettiva che si stava dileguando, gli risposi in un modo evasivo, che non ricordavo, ma infilando nella frase la parola che non dovevo pronunciare: tango.

“Il tango?” riprese mio padre, con un tono che tradiva desideri che non gli conoscevo.

 “Una musica e un ballo che in una famiglia per bene non dovrebbero mai entrare.” era mia madre che, sempre vigile, aveva pensato bene di intervenire prontamente.

Ebbi anche l’impressione che questo scambio di battute fosse rivolto solo apparentemente a me, mentre il vero dialogo si fosse svolto tra mio padre e mia madre. Avevo percepito, infatti, nel tono della voce di mio padre una sorta di rimpianto per qualcosa che forse c’era stato. Nelle parole di mia madre, invece, avevo avvertito una stizzosa ripulsa, quasi a calare un sipario tra la nostra famiglia e ogni peccaminosa tentazione. Il tango, infatti, era mal visto dalla decenza e dalla morale dell'epoca che lo considerava una danza sensuale, talora licenziosa.

Le sue stesse origini erano una confusa mescolanza di suoni e ritmi di varie etnie e culture, migrati in Argentina, nel corso del tempo; anche per questo era una musica carica di quella palese sessualità che gli strati sociali più poveri vivono come la sola ricchezza di cui dispongono, al pari delle altre donne e uomini.  Il tango era descritto come un ballo che non esprime solo sentimento e amore, ma anche passione, furia e commozione; una musica carica di mistero e di tormento, ove i suoni del violino, del flauto, della chitarra, anche della famigliare fisarmonica, sembrano voler rivelare l’eterna inquietudine dell’uomo, fatta d’armonia e di conflitto, d’allegria e di tristezza, di comunicazione e di solitudine.

A vent’anni, oramai prossimo alla maggiore età, mi affrancai dalla tutela materna e accompagnato dalla struggente curiosità di mio padre iniziai a frequentare le sale da ballo, anche quelle dove si suonava il tango. Allora, dalle nostre parti, i posti per ballare certo non mancano, ma il tango lo si poteva ballare solo al Valencia che era considerato, non solo per questo, un locale un po’ libertino.

Fu proprio al Valencia che mi si presentò inopinatamente la prima occasione di ballare un tango. Per la verità, seppure da quel primo lontano incontro a casa del mio amico quella musica mi avesse sempre profondamente turbato, non sapevo ancora ballarlo; accadeva, così, che quando andavo in una sala da ballo, contando sulla consuetudine che prevede, nella scaletta delle esecuzioni, il tango venire subito dopo la polka, trovavo sempre il modo di non far emergere la mia inesperienza.  Una domenica pomeriggio del ’32, tuttavia, dopo la mazurka l’orchestra, invece di passare alla polka, attaccò subito A media luz.

In quel momento la mia partner era una donna ancora giovane, ma già vedova da qualche anno; tra noi amici, ammiccando, si diceva che ogni domenica venisse a ballare per cercare una risposta alla sua inquietudine. Si chiamava Marta e c’era chi diceva che, immancabilmente, ogni domenica questa risposta la trovasse, ma nessuno era mai stato in grado di dimostrarlo. Tra noi amici era sorta, così, una sorta di gara a chi sarebbe riuscito a fornirne la prova. Insomma a portarla a letto. E per avere tutti almeno un’occasione, ci alternavamo nell’accompagnarla durante le danze.

Come l’orchestra attaccò le prime note di A media luz rimasi dapprima meravigliato, poi perplesso e, infine, non sapendo proprio cosa fare, del tutto interdetto. Marta mi guardò, in silenzio, e il mio stato di confusa ansietà sembrava scorgere nei suoi occhi un’eccitante trascrizione di quella musica struggente, amore tenero, ma anche amore a pagamento in una garconnière, a mezza luce, baci e amore di coppia. Un invito che non sapevo accogliere e potevo solo rifiutare; ma come? Fermi, in mezzo alla pista, per quasi un minuto. Lei attendeva che uscissi dal mio incomprensibile immobilismo, io cercavo le parole giuste per spiegare la situazione, ma alla fine fu lei a prendere l’iniziativa.

“Peccato che tu non sappia ballare il tango.”

La sua voce mi ridestò da quella sorta di emozionante catalessi che si era impadronita di me, ora avrei saputo cosa dire, scusami, ma… lei si stava già allontanando. Ma non si stava cercando un altro partner, se n’era proprio andata.

Ci rimasi male, non tanto per i lazzi con i quali fui accolto al tavolo dagli amici, ma perché temevo di averle rovinato una serata che aveva forse atteso per tutta la settimana. L’indomani, come per caso, ma non era questo il caso, l’incontrai mentre uscivo dal lavoro. Fu lei a parlarmi per prima.

“Vorrei insegnarti a ballare il tango. Se vuoi, puoi venirmi a trovare, anche questa sera.”

Questa sera, la sera, d’inverno, con il buio, io e lei, soli, nella sua casa, è vedova, ancora giovane, una donna che non ha problemi, di lei si dice e non si dice, ne debbo forse parlare con qualcuno?… non sapevo cosa pensare o dire, ma dissi subito si.

Le ore che mi separavano dall’incontro mi sembrarono un’eternità, ma non pensavo certo al tango. Il suo era un invito tanto esplicito… no, non poteva essere anche se le sue parole mi erano sembrate spontanee; forse voleva riparare alla figuraccia che mi aveva fatto fare, la sera prima, lasciandomi solo nel bel mezzo della pista da ballo. E, poi, non era mica solo il tango quello che non sapevo; quello che mi forse attendeva, così speravo, lo avevo appreso solo dal racconto dei più vecchi tra noi amici, quelli che avevano già fatto la visita militare al Distretto di Treviso e, nell’occasione, erano andati anche in casino.  

“Salve – quando, la sera, andai a farle visita mi accolse così, con un saluto piuttosto insolito - accomodati pure e non meravigliarti della confusione, la casa è piccola. Un attimo e vengo.”

Ma non fu un attimo e per una decina di minuti mi mise nella condizione di fantasticare su come si sarebbe presentata, quale provocante abbigliamento avrebbe avviato il nostro incontro su un atteso sentiero. Quell’attesa, invece, si spiegava solo con la difficoltà di trovare un paio di dischi che facessero al caso nostro, perché addosso lei aveva gli stessi abiti di quando mi aveva accolto.

Anche i preliminari furono molto essenziali.

“Mi spiace per domenica e ho pensato che posso rimediare solo insegnandoti il tango. D’accordo?”.

“D’accordo.”

Spostammo, per quel che si poteva, un tavolo e un paio di sedie e prendemmo posizione. La mia mano sinistra ad incontrare la sua mano destra, la mia mano destra sulla sua spalla sinistra. Fu allora che lei mi guardò sorpresa.

“Quando balli il tango devi appoggiare la tua mano destra sul mio fianco sinistro.”

Questa volta fui io a guardarla sorpreso; mi sembrava che quelle parole avessero già aperto un’autostrada al mio desiderio. Lei, però, comprese quello che mi stava passando per la testa e dopo un bel sorriso mi chiarì subito come stavano le cose.

“Non farti illusioni; quella mano sul mio fianco non rivela nessun’audacia, serve solo ad indicarmi, con qualche leggera pressione, i movimenti e i passi che debbo fare.”

Qualche leggera pressione. La mano sembrava bruciarmi; aveva fianchi che non avevo mai conosciuto, perché sino ad allora avevo rincorso solo qualche ragazzotta della mia età, magra e senza storia.

“E i passi?” soggiunsi, cercando di uscire dall’imbarazzo nel quale mi stavo cacciando.

“Sono quattro: lento, lento, veloce, veloce, ma non ti preoccupare, nessuno balla il tango alla stessa maniera. Ti devi lasciar andare alla musica, seguire il ritmo, il tango si balla in mille modi diversi, il tango è vita e nessuno vive allo stesso modo”.

Sul giradischi aveva messo proprio A media luz.

“Ricominciamo da dove non abbiamo mai iniziato… la mano.”

“Scusa, non volevo.”

“E’ proprio questo, invece, devi volere, altrimenti non posso adeguarmi ai tuoi movimenti.”

Con qualche incertezza iniziammo a muovere i primi passi. Era una ballerina esperta e anche quando io improvvisavo un passo, lei sapeva adeguarsi prontamente. Il tango si balla in mille modi diversi, il tango è vita e nessuno vive allo stesso modo.

I miei movimenti, tuttavia, erano un po’ rigidi; proprio il desiderio della sua vicinanza mi tratteneva, nella paura di andare oltre, di esagerare, di irritarla. Forse era timidezza; certo l’esasperata attesa di una parola, che tardava a giungere per rivelarmi il vero motivo del suo invito mi rendeva inquieto e incerto. Un paio di volte urtai anche una sedia e poi un tavolo.

Ancora una volta fu lei a venirmi in aiuto, a darmi scioltezza nei movimenti, ma a rendere ancora più esasperante l’attesa.

“Devi stringermi di più, lo spazio intorno a noi non è molto e poi dovresti saperlo che la musica del tango comunica passione, furia, commozione e il ballerini devono raffigurare con il loro atteggiamento tutto questo.”

Dopo A media luz fu la volta di El Coclo e, ancora, Blue tango e La Cumparsita, una volta e poi una volta ancora. Cominciavo a muovermi con più familiarità, lei mi aiutava, rispondeva prontamente ai richiami della mia mano, quella mano che mi bruciava ancora, perché i suoi fianchi morbidi erano sempre gli stessi, anzi mi sembrava già di conoscerli e prefiguravo emozioni sconosciute. Riuscivo persino ad immaginare gli 'scandalosi' intrecci di gambe che avevo talora osservato sulla pista del Valencia e che il tango, ora lo sapevo, richiama come una calamita.

“Fa caldo - Marta si tolse il golfino, rivelando nuove occasioni al mio accresciuto desiderio – cominci ad essere bravo.”

Ora danzavamo sulla musica de La paloma. Lei aveva la testa leggermente piegata, mi guardava ma non sembrava vedermi, forse inseguiva un suo lontano pensiero, forse attendeva da me qualcosa che non avevo il coraggio di dire per la paura di sciupare tutto. Tutto, cosa?

“E’ stata l’ultima volta con lui. Vieni, ora ti faccio vedere…”

Mi prese per mano e mi portò in un’altra stanza, una camera da letto, un mobilio antico impreziosito da ricchi intarsi e da alcune figurine, angioletti alti non più di dieci centimetri, con una posizione o un atteggiamento diverso una dall'altra. Chi sdraiato, chi seduto, chi colto mentre suona uno strumento, chi mentre ascolta con un'espressione sperduta, chi in una posizione che induce al silenzio o sottende una malcelata malizia.

“Da quando sono vedova non dormo più in questa camera, ma passo tutte le notti sul divano, quello dove ci siamo seduti per qualche minuto. Ti starai chiedendo perché ti faccio vedere questa stanza, con il suo grande letto matrimoniale; forse ti prefiguri e ti attendi qualcosa che fa parte dei vostri discorsi, quando mi guardate, tutte le volte che vengo a ballare. Marta, la vedova, ancora giovane. So bene quello che pensate, talora mi sembra persino di cogliere dal movimento delle vostre labbra le parole volgari che dite ma non mi sono mai offesa; in fondo, essere desiderata da voi fa parte di un rituale al quale mi sono abituata. Ma non è come voi pensate. Io ti insegno a ballare il tango, ma in cambio voglio da te una promessa: devi dire agli altri come stanno veramente le cose.”

“Marta…”

“Non dire nulla ora; lo so che mi desideri e, forse, anch’io desidero te, ma domani potrebbe essere tutto diverso e avrei sciupato quel poco che mi resta. In questa stanza ho conosciuto per la prima volta un uomo, in questa stanza ho conosciuto il solo uomo della mia vita; tra queste pareti sono racchiusi momenti che, di volta in volta, riemergono, prendono forma, si animano di sensualità, di nostalgia, di tenerezza, d’amarezza, di rancore, di desiderio, di gioia, di passione, di tutti i sentimenti che ho condiviso nel tempo con mio marito. La domenica, quando vado a ballare, lo faccio solo per diventare triste, per provare un bisogno struggente di ricordare, per trovare la forza di entrare in questa stanza. Allora, mi stendo su questo letto, chiudo gli occhi, dalla memoria emergono frammenti che scuotono le mie membra e in una sorta di deliquio rivivo quello che non posso più vivere. Ora sai e anche gli altri debbono sapere.Vai e non dire nulla.”

Non dissi nulla e me ne andai.

Non dissi nulla, neppure ai miei amici; mi sarei preso i loro lazzi, sei andato in bianco avrebbero detto, ma soprattutto non avrebbero capito Marta.

Io sapevo, invece, che in lei memoria e immaginazione finivano per confondersi indissolubilmente, consentendole di essere partecipe e protagonista di una storia dove la commozione, la passione, la tristezza, la gioia, il desiderio si misuravano con quattro pareti e un mobilio antico che di tutto questo erano stati testimoni. Erano momenti nei quali ricordava l’emozione della prima notte d’amore e riusciva, così, ad allontanare l’insistente immagine di un uomo e una donna che si amano teneramente, attenti che il tramestio dei loro gesti non risvegli i figli che dormono. I figli che non avevano avuto il tempo di avere.

Erano momenti nei quali ricordava, ancora, la serenità del loro dire e placava, così, il deflagrante silenzio della solitudine. La solitudine che ora pesava sulla sua vita.

La domenica sera, sotto l’occhio vigile di dodici angioletti, in quella stanza e su quel letto, nella straziante nostalgia di una vita non vissuta, interrotta, bruciata, ma che pure era stata la sola ad appartenerle, Marta riusciva a conservare e ad alimentare antiche e nuove emozioni, come se il tempo perduto non fosse mai esistito e tutto potesse ricominciare.

Di tutto questo ai miei amici non dissi nulla, non avrebbero capito.

Lo so, con il mio atteggiamento ho tradito la promessa fatta a Marta, ma non me ne vergogno, perché per punirmi non ho più ballato il tango.

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