IL MARE PROMESSO
I camicioni sono stesi ad asciugare. Una
lunga fila di camicioni tutti uguali, mossi dal vento, sembrano un serpente che tenta inutilmente di
avanzare.
Ma oggi, solo per oggi, quei camicioni non serviranno.
Oggi è un giorno di festa, in manicomio, la festa più importante dell’anno. Più importante del Natale, la festa dei ricordi, e i ricordi, a volte, fanno male. Più importante della Pasqua. Anche i tre giorni di passione di Cristo sono poca cosa in confronto alle loro , di passioni, che durano una vita.
Oggi è la festa più importante dell’anno, è il giorno della gita al mare.
E, come nei giorni di festa, oggi si indossano gli abiti migliori . Come in un altro tempo, come in un altro luogo.
A un certo punto della mia vita, non ricordo
quando, si è aperta una fessura, davanti
a me, ogni giorno più larga , sempre di più, sino a diventare una voragine , e
io sono precipitata lì dentro , in quel baratro. Adesso sono qui, sola, a
lottare con questi mostri che mi
accecano, nel buio infinito .
Oggi anche il direttore smette la sua divisa, il suo lindo camice da medico, ed accompagna le sue donne, così le chiama lui, a divertirsi, a respirare un po’ di libertà.
Senza esagerare, perché la libertà è pericolosa. Bisogna esser buoni a maneggiarla! dice lui.
Un film nel buio di una piccola sala, nei lunghi pomeriggi invernali. Il rumore dolce della pellicola che gira porta il mondo ai loro occhi diventati ciechi. Mondi che scovano un pertugio per entrare nelle loro anime, conchiglie serrate che nascondono perle. E tutto diventa vero, Charlot, Maciste, un duello nel Far west, un bacio tra Rossella O’Hara e Gregory Peck, come se succedesse in quella sala, come se succedesse nelle loro vite. Su quello schermo, anche il mare è vero.
Allora lei lascia il suo posto e corre verso lo schermo, allarga le braccia e appoggia tutto il suo corpo a quel telone, azzurro e bianco, mentre le onde le bagnano il viso. Sembra un Cristo in croce, visto da dietro, che sta per inabissarsi. Un Cristo che anziché ascendere in cielo, trova la salvezza nel profondo delle acque marine.
Inonda questa sala, abbracciami, toccami, accarezza tutto il mio corpo Portami via, lontano da quest’isola deserta . Fammi ritornare acqua, per sempre
La sveglia è all’alba, alla stessa ora di sempre. Gli orari non si cambiano, neppure il giorno della gita. Anche il pane raffermo ed il latte sono buoni questa mattina. Meglio che mangino prima di vestirsi, sì è meglio, potrebbero sporcarsi, ah sì, di sicuro si sporcano.
Sfoglio un giornale seduta ai tavolini esterni del bar del centro. I passanti mi salutano. Come la vuole la brioche, signora? Con la marmellata? Sì, grazie. Non troppo caldo il cappuccino. Grazie. Vedo lui in fondo alla piazza. E’ alto, ha due gambe robuste Con lo sguardo seguo i suoi passi mentre si avvicina….
Inizia la vestizione. Il giorno della gita è un rito, come per il torero che si appresta ad entrare nell’arena, come per il sacerdote che celebra la messa.
Gonne, camicette di puro cotone, persino le calze di nylon. Collane. Un orologio ed un braccialetto ai polsi. Tremano i loro polsi , tremano al contatto con quei poveri monili, abituati alla stretta feroce dei gioielli del manicomio, i polsini di contenzione.
Le infermiere si muovono in fretta, per molte di loro la gita è solo una seccatura in più. Gridano ordini. Chiamano le donne a raccolta, controllano i vestiari , ritoccano le pettinature.
Ma poi , tutte, anche le più ruvide, hanno un momento di stupore nel vedere quelle donne vestite in quel modo. Vestite come loro quando sono fuori da quel posto e non indossano la divisa da infermiera, la loro algida corazza. Come se scoprissero, solo adesso, che anche quelle disgraziate sono donne per davvero.
Il viaggio sul pullman è come essere al cinema. Quei paesaggi inconsueti diventano i luoghi della loro vita. Sedute una di fianco all’altra si raccontano.
Alla
domenica Bruno mi portava in moto su quella montagna Mentre guidava mi tenevo
stretta a lui, lo abbracciavo. Sentivo la velocità della moto, del suo sangue
che scorreva, della mia vita che fuggiva . E lo tenevo stretto, per paura che
tutto scappasse . Ma non ho stretto
abbastanza. Un giorno Bruno è andato via. Ogni domenica tornavo su quella montagna,
ad aspettarlo. Tendevo l’orecchio per sentire il rombare della sua moto. Poi
correvo sulla strada ed abbracciavo il vento. Più forte che potevo.
La corriera continua la sua corsa, verso il mare che gioca a nascondino dietro le montagne
Quella casa verde, vicino a quella
stazione è la mia casa. Sono cresciuta
lì, con mamma, mentre papà era lontano . Guardavamo i treni arrivare e poi,
ripartire. Aspettavamo un treno che ci riportasse papà. Tra le voci di chi
arrivava cercavamo la sua . Poi, quelle
voci, si fecero minacciose, qualcuno mi cercava, voleva farmi del male. Allora
io, ogni volta che sentivo il fischio di un treno , scappavo nei boschi e affidavo la mia vita ad una quercia.
Poi l’urlo tanto atteso, il Mare , il Mare.
Così come i marinai di Colombo, alla fine della loro speranza, gridarono Terra Terra, loro gridano MARE MARE. .Ecco il Mare promesso, l’inizio di una nuova vita. Che durerà solo il breve spazio di qualche ora, farfalle meravigliose senza ali per volare
La mattina ha già i colori accesi quando giungono alla meta. In spiaggia poche persone, sparse qua e la, non è ancora stagione di vacanze. Qualcuno alza lo sguardo, forse incuriosito, forse preoccupato dall’arrivo di quel gruppo di donne, impacciate e rumorose.
Un alito di vento trasformato in paura circola in spiaggia, come se, incrinato il silenzio, tutto debba cominciare ad agitarsi, anche il mare , anche il cielo con le sue nuvole nomadi. Ma il mare rimane calmo, non si cura dei pensieri degli uomini.
I piedi faticano a camminare sulla sabbia, che già scotta. Le più giovani azzardano un costume, qualcuna entra in acqua, sotto gli occhi di chi le accompagna. Le altre , al riparo degli ombrelloni, parlano, forse tra loro, forse con quell’acqua azzurra che canta sottovoce una canzone. E verso il mare rimane fisso il loro sguardo. Con gli occhi ne seguono il movimento leggero, con gli occhi lo cullano, lo accarezzano. A loro volta si lasciano cullare, accarezzare, avvolte da quella musica di zucchero filato.
Ne manca una , gridano. Sarà al bar. No, non c’è. Ma dove diavolo è andata? Nessuno l’ha vista andare in acqua, nessuno l’ha vista lasciare la spiaggia. Occhi abituati a vigilare scandagliano il paesaggio. Niente. Cerchiamola sul lungomare. Niente. Cerchiamola in paese. Niente.
Gli animi si agitano. Una gita rovinata.
La
notizia sul giornale, domani. Scarsa assistenza, incapace abbandonata al suo
destino. Intervista al direttore. E’
TRISTE IL MIO CUORE, POVERA
DONNA, MA PUO’ SUCCEDERE. QUESTO E’ IL PREZZO
DELLA LIBERTA’ , dice.
Direttore, direttore, lo chiamano. Con una mano si sistema i capelli, mentre pensa alla sua foto sul giornale, al commento dei lettori accecati dalle sue parole di uomo illuminato. Direttore, direttore. E’ un’infermiera che lo chiama. Manca anche una del terzo reparto.
Quando le troviamo, dice il direttore, le
sistemo io quelle. Una settimana in camera, senza uscire nemmeno in cortile. E
niente cinema!
Non può godersi il mare, e il sole, rifinire la sua abbronzatura, per colpa di quelle due.La ricerca continua. Che palle le gite, dice un’infermiera.
La spiaggia calma la sua tempesta, non sembra più contaminata da questi venti di tensione. Qualcuno fa il bagno, qualcuno prende il sole.
Una barca attraversa il mare davanti a loro. Una piccola barca a remi, con un bel nome di donna, Letizia. E’ un vezzo di chi possiede una barca, chiamarla col nome della donna amata., una donna a casa ad attenderlo oppure soltanto sognata. Una donna che anche nel nome diventa un auspicio.
Intanto quella piccola barca a remi prende il largo, senza fretta.
MA E’ LEI SU QUELLA BARCA!. Ancora un urlo sulla spiaggia a rompere di nuovo il silenzio.
E’ lei per davvero, voga, come un vecchio lupo di mare. Le altre donne la indicano con la mano, ridono, qualcuna addirittura applaude.
Il direttore corre al porticciolo, ingaggia barca e marinaio, a caro prezzo, e parte all’inseguimento. E’ subito raggiunta, le armate nemiche, ben addestrate, hanno presto la meglio. Ha in mano un grosso paio di forbici. Il direttore la invita alla calma, spinge avanti il marinaio e si allontana. Il tempo degli eroi è finito.
Ma gli eroi non servono, lei lascia andare le forbici in acqua, è tranquilla. Solo, piange un poco, ma nessuno se ne avvede. Le sue lacrime ingrossano il mare, ma nessuno se ne avvede.
Lo sguardo duro del direttore, dure le sue parole:
“Cosa volevi fare? Mi hai rovinato la giornata! ” IL viso infuocato, per la rabbia e per il sole
Non dice niente, lei, tanto il direttore non capirebbe. Un ultimo sguardo alla forbice e , poi, chiude gli occhi.
A cosa servono gli occhi se non possono guardare l’orizzonte ? Un pezzo di orizzonte, solo un piccolo pezzetto di quel filo volevo ,per tutte noi, perché i nostri occhi prigionieri non siano costretti a vedere solo un muro.
Un breve attimo di
tregua e poi la ricerca continua. Ne
manca ancora una, dice il
direttore, il buon pastore che raccoglie il suo gregge. Sarà in chiesa, aggiunge , o
in qualche pasticceria.
Invece la ritrovano nel tardo pomeriggio quando la speranza sembra ormai sul punto di tramontare , come il sole di quella giornata.
Si è messa, nascosta da una roccia, a guardare le persone che prendono il sole in una spiaggetta di nudisti.
“Tutto il giorno che ti cerchiamo!” dicono le due infermiere che l’ hanno ritrovata.
Ma intanto rimangono anche loro a guardare, nascoste dietro quella roccia, che non nasconde nulla allo sguardo, altro che la siepe del Leopardi. E non c’è differenza tra loro , nei loro occhi lo stesso desiderio di vita giusta, più tenera e selvaggia.
Un corpo
nudo, nudo e libero. Cristo, da quanto tempo non vedevo un uomo nudo. Ah, se avessi ancora
il mio corpo, potrei spogliarmi, e unirmi a loro, sentire il loro odore ,
sentire il mio.
La ricerca è terminata.
Non manca più nessuno. Il direttore ora è tranquillo, anche se in fondo un poco
gli dispiace. Niente foto sul giornale , niente intervista. Pazienza.
Pazienza
un corno! Domani non comprerà il
quotidiano, una stretta al cuore, pensare che ci poteva essere lui, su quelle
pagine, e che al suo posto, magari, metteranno un incidente d’auto o una rissa
in una balera.
Verso sera il rientro.
Appena varcata la soglia del manicomio, ad attenderle i camicioni, come se quei
vestiti, come tutto quanto viene da fuori, potessero contaminare la vita di
quel posto, potessero alterare il respiro regolare della sua anima nera.
E allora anche loro, tornate dalla gita, sono
costrette a lasciare quegli abiti da principessa per tornare ad essere
cenerentola,. molto prima che scocchi la mezzanotte. Il mare è stato il loro
Principe Azzurro, ma ora si torna alle secche di tutti i giorni, si torna alla
normalità.
La cena, le pastiglie. Il silenzio che precede
il sonno notturno è interrotto solo dal suono delle chiavi, dei mazzi di
chiavi, che tutte le porte aprono, che tutte le porte chiudono. O forse è
il suono delle chiavi ad essere
interrotto dal silenzio.
Poi si va a dormire.
Lei, nella sua camera,
apre con cautela la sua borsa. La pelle è consunta, le cuciture cominciano a
disfarsi, ma è l’unica cosa che le è rimasta, di suo, di veramente suo. Allora la tiene come fosse un gioiello, ogni
giorno la pulisce, la lucida , l’accarezza. A volte le racconta delle cose, a volte in silenzio l’ascolta..
Vuole bene alla sua borsa.
Lascia la sua stanza,
illuminata da una luce notturna intensa e blu, una specie di cielo triste senza
stelle. Porta con sé la borsa. Entra nel fascio di luce del corridoio,
completamente illuminato. Ma le infermiere del turno di notte non la vedono,
sono chiuse nell’infermeria, la stanza dei bottoni, la stanza del tesoro, dove
solo loro possono accedere.
Parlano della giornata
appena trascorsa, della gita. Ridono. Il profumo di caffè appena fatto fugge
nel corridoio, colora la luce con il suo aroma caldo. Ridono. Anche per quest’anno è andata.
L’anno prossimo ci penseremo. Bel posto, però.
Sì, ma tanto per queste
donne è la stessa cosa. Basta che abbiano da fumare e da mangiare. Ridono,
bevendo il caffè. Ma no, invece si vede che fuori sono diverse, sono anche più
belle!
Questa frase la dice un’infermiera giovane,
arrivata da poco, ha dovuto attingere al piccolo pozzo del suo coraggio per
parlare. Il caffè è più buono, ora.
Lei, senza far rumore,
entra in una camera. Prende una bottiglietta dalla borsa e ne versa il
contenuto su un corpo di donna che sta dormendo. Ripete l’operazione con le
altre tre signore che dormono in quella stanza, che vivono in quella stanza.
Loro dal letto non
possono muoversi, mai
Anche per voi, che avete un letto per casa ed un soffitto per cielo, anche per voi il mare, la dolcezza del sale sulla vostra pelle. Anche per voi .
Uscita dalla stanza , si
ferma un momento a respirare il caffè.
Ritrovato il suo letto, si distende, e poi,
poco alla volta, scivola nel sonno