COMPAGNE DI VIAGGIO

 

Chi prende questo autobus frequentemente sa come funziona l’imbarco, chi non lo sa rischia di salire per ultimo e doversi accontentare del posto che troverà. Unica italiana in un autobus che riporta i bulgari in patria per le vacanze, credo ormai svanita la speranza di un posto di fianco al finestrino quando una passeggera piccola vispa ed elegante mi invita a sedere di fianco a lei, lato finestrino. Mentre mi infilo al mio posto capisco il perché di tanta generosità, lo spazio è molto ristretto perché lo schienale del sedile davanti è completamente allungato all’indietro. Ventiquattro ore di viaggio incastrata in quel buco! Poco male, l’importante è aver conquistato un posto vicino al finestrino e a una compagna di viaggio simpatica, che parla italiano. Lei ha voglia di parlare. In verità parlerà molto per tutto il viaggio anche se di sé racconterà solo che ha un figlio di 38 anni, giusto a sottolineare che i suoi 58 sono veramente ben portati. Ha una bella pettinatura, direi fresca di parrucchiere, occhiali da sole firmati o ben imitati, abiti italiani e un paio di sandali in nabuk chiaro che ripulirà con pazienza quando, con un gesto maldestro, glieli sporcherò di Coca Cola. E’ ben attrezzata per il viaggio, sa quando si ferma l’autobus e per quanto tempo, sa quando si dorme, quando si passa la frontiera, quando il passaggio è veloce e quando è complicato. Non è certo il suo primo viaggio su questo bus. E’ sicura di sé e parla bene l’italiano, riceve e fa diverse telefonate dal cellulare, è molto diversa dagli altri viaggiatori timidi e silenziosi. La sua bella acconciatura si scompiglia al primo passaggio di frontiera, quello con la Slovenia, quando il passaporto le viene guardato tutto sommato molto, anzi troppo, velocemente, mentre il mio, nonostante Schengen, rimane a lungo nelle mani del poliziotto. Sarà lei, Margherita, la mia preziosa interprete fino a Sofia, la prima tappa del mio viaggio. Margherita parla sempre a voce alta anche quando si tratta di dire cose imbarazzanti, tipo che gli autisti sono organizzati perungere’ qualcuno ai passaggi di frontiera. Non riesco a immaginare cosa ci possa essere di illecito sul nostro autobus, di certo c’è qualcuno che arrotonda lo stipendio. Margherita parla molto con un’altra donna bulgara che ha il passaporto italiano. E’ più vecchia ma non dice la sua età. E’ sposata da molti anni con un italiano.

La polizia del suo paese, all’epoca sotto il regime sovietico, sosteneva che lei era scappata, così ogni tanto suo padre e suo fratello venivano arrestati e picchiati, puniti a scopo di vendetta o di ricatto. Un ricordo che le pesa, che ancora la schiaccia. Non le importa di parlare della sua vita in Italia, vuole parlare della sua  Bulgaria e del dolore che prova nel vederla così mal ridotta.

Quando entriamo dalla frontiera serba  ci mostra i campi incolti, le fabbriche ormai nelle mani dei vandali che si fregano anche le piastrelle, le scuole chiuse per sempre con i disegni dei bambini attaccati alle pareti, i villaggi abbandonati. Aveva dei terreni, per riaverli dovrebbe pagare e seguire complesse pratiche burocratiche, ha rinunciato, più semplice ed economico comprarne di nuove, ci sta costruendo sopra una casa, quelle che le spetterebbero di diritto se le prenderà la mafia. Parla volentieri, a ruota libera ma con fatica, ha il petto oppresso, l’angoscia di invecchiare, il tempo è volato via in fretta e le ha lasciato troppe ferite aperte. Chiede aiuto, consigli, ha bisogno di ricostruirsi dentro, chissà…forse con lo yoga… Il suo nome significa Speranza, s’illumina mentre lo dice, e quella casa in costruzione nella sua Bulgaria lascia pensare che gliene sia rimasta ancora un po’.

Ad un passaggio di frontiera Margherita viene chiamata per il riconoscimento dei bagagli. Quando risale sull’autobus è molto contrariata, spiega che le hanno contestato il doppio fondo della valigia e glielo hanno fatto aprire. Come se uno non avesse il diritto scegliersi la valigia che più gli garba.

Il viaggio è lungo e c’è il tempo per i suggerimenti, in quali città devo andare, cosa devo visitare e il vocabolarietto di russo, no quello non ti serve, mi dicono le due donne e anche gli altri passeggeri mi fanno segno di no con la mano e con la testa, mettilo via, ti insegniamo noi come si dice grazie e arrivederci, in Bulgaria il russo non lo vuole sentire più nessuno. Vero.

Entrando a Sofia, Speranza mi presenta la città con un ampio gesto del braccio e lascia intendere che è tutta così. Le case abbandonate al degrado, i cani randagi, le baracche degli tzigani. Arriviamo alla stazione. Sono frastornata e guardo la gente che ritira i bagagli, si saluta si bacia si commuove. Abbiamo superato quattro frontiere, abbiamo visto fermare due uomini e una ragazza in lacrime che implorava per passare, noi siamo arrivati tutti, qualcuno lo fa notare, sorridiamo contenti. Perdo di vista Margherita, è andata via senza salutarmi? Ricompare allegra come sempre, porta un sacchetto in ogni mano. E la valigia col doppio fondo? Mi consiglia un albergo, mi mostra la stazione degli autobus nazionali, mi abbraccia e va via spedita, mentre Speranza si allontana zoppicando, appoggiata da un lato a una giovane nipote e dall’altro a una stampella.

Aspettando che l’autobus parta guardo dal finestrino una ragazza esageratamente agghindata che mangia un panino. Quando lo ha finito getta con grazia la carta sporca in un cestino, si pulisce delicatamente le mani, saluta il ragazzo che l’accompagna, sale sull’ autobus, si siede di fianco a me. Partiamo. Il caldo è insopportabile e lei lentamente comincia a liberarsi dell’ingombrante
impalcatura che si è costruita addosso. Appoggia varie borsine e borsette sul pavimento, prima si toglie il giubbotto di similpelle bianco e poi gli enormi occhiali di plastica che svelano due splendidi occhi verdi e un viso dolce e malinconico. Alla prima fermata scendiamo per fumare mentre nuovi passeggeri salgono. Cerco di dirle, in un bulgaro stentato, che perderemo i nostri posti, mi risponde in inglese di non preoccuparmi. Risaliamo, i nostri posti sono stati occupati, ne trova altri due, ci sediamo, in tacito accordo, una di fianco all’altra, io lato finestrino. Non mi chiede niente di me, comincia subito a parlare, ha l’urgenza di farlo, di raccontare una storia che probabilmente nessuno vuole più sentire. Lavorava in un’azienda statale, nel campo dei tabacchi, le piaceva il suo lavoro e si trovava bene con i colleghi, poi è arrivata la privatizzazione, i nuovi proprietari hanno cambiato il tipo di attività e licenziato tutti i dipendenti. Ora ha un altro lavoro, tuttavia continua a rimpiangere quello che è stata obbligata a lasciare. Passiamo vicino all’edificio dove lavorava, me lo indica, vuole che lo veda. Parla lentamente, senza rabbia ma con tristezza. La situazione economica in Bulgaria è pessima ma lei non vuole emigrare. Vive in una bella città sui monti Pirin, ha una famiglia unita, rimarrà ad ogni costo. Quando scende rimane sul marciapiedi a salutarmi con la mano finché l’autobus non viene inghiottito da una curva.

Prima della partenza per Belgrado l’autista e una passeggera cercano di dirmi qualcosa ma parlano in bulgaro e io non capisco, poi guardano nella stessa direzione da dove sembra arrivare una spiegazione per me. E’ una ragazza molto carina, elegante, capelli biondo platino fino ad un certo punto, poi neri. Cammina spedita puntando verso di noi, stringe una borsetta sotto il braccio e una cartelletta tra le mani, non ha bagagli. Mi spiega che l’autobus non va diretto fino Belgrado, bisogna cambiare a Niš. Parla un inglese dalle vocali larghe, conosce anche il tedesco e il francese, è stata a

Parigi, dice con aria trasognata. Viaggia molto per motivi di lavoro, di studio e altro. Altro ? Sarà la mia traduttrice in questo viaggio. Si siede davanti a me, si volta e col viso tra gli schienali dei sedili mi chiede se al duty free shop ho intenzione di comperare delle sigarette, no perché c’è una donna che ne vorrebbe comperare molte stecche ma deve rispettare il limite legale, quindi se io non le compero per me le posso comperare per lei. Ma come, ancora non siamo partiti e già mi propongono di fare contrabbando! Accetto.

Mentre la mia traduttrice mi segue da lontano con lo sguardo, entro in tutti i negozi duty free senza trovare, però, le sigarette che mi piacciono quindi con un cenno le dò “via libera”. Quando ripartiamo varie stecche di sigarette vengono affidate ai passeggeri, me compresa, come pattuito.

Alla frontiera ci ordinano di scendere con tutti i nostri bagagli, proprio tutti, anche i più piccoli. Ubbidisco ma la stecca di sigarette la lascio sul sedile, anzi la sposto su un altro lontano dal mio. Vuoi mai che… Indovinato. Soltanto a me viene chiesto di aprire la valigia che rimane sul marciapiede spalancata, in imbarazzo sotto gli occhi di tutti, anche se in verità nessuno si occupa di lei. Intanto la mia traduttrice parlotta col doganiere, non sembrano due che si vedono per la prima volta. Le chiedo il perché della perquisizione. Con molta calma sottovoce mi spiega che bisogna fare dei controlli perché in Bulgaria i prezzi sono molto bassi e qualcuno ne approfitta per fare commerci non consentiti con la Serbia, poi ci sono attività illegali, tipo il passaggio di droga e altre cose. La guardo dritta negli occhi, mi viene da ridere, non lo faccio.

Richiudo la valigia innocente, ritiriamo i passaporti e torniamo a bordo. Come sempre quando si superano le frontiere l’atmosfera è più rilassata. Parte un fitto chiacchiericcio che coinvolge un po’ tutti da un sedile all’altro, le voci si sovrappongono, il tono è confidenziale, le donne si avvicinano e formano un crocchio, una di loro si accende una sigaretta, sembra di stare nella cucina di casa.

Alla prima città dopo la dogana, la contrabbandiera la fumatrice e la ragazza poliglotta scendono e si allontanano velocemente in tre direzioni diverse, portando con sé i loro segreti di donne di frontiera.

Aspettando l’autobus per Sarajevo dò un’occhiata ai miei prossimi compagni di viaggio, mi sembrano uguali a tutti gli altri, nonostante le frontiere. Sento una voce di donna pronunciare “Sarajevo” come lo pronunciamo noi stranieri, mi volto a guardarla, non sembra di qui, forse è francese, di certo non è in vacanza.

Il viaggio è faticosissimo, fa un caldo insopportabile, sventoliamo qualunque cosa per farci un po’ di aria, una bimba dietro di me si agita, perché non dorme? Quando l’autobus fa la sosta ci mettiamo in fila più volte davanti alla fontana, continuiamo a bagnarci, mettiamo la testa sotto l’acqua, la bimba inzuppa la sua maglietta di acqua e se la strizza sulla testa, nessuno mangia, nessuno parla. Il viaggio riprende nello sventolio e nel silenzio. L’autobus finisce la sua corsa in collina, intorno il verde, i boschi. Ma Sarajevo dov’è? Sono spaesata e si vede. Mi viene in aiuto la donna che sembrava straniera. E’ serba, in effetti in Bosnia è straniera, più straniera di me che non ho gli occhi azzurri. Mi spiega che siamo alla frontiera con la Repubblica Srpska, l’enclave serba in Bosnia e per raggiungere Sarajevo bisogna prendere un altro bus o un taxi e mi tira dentro chiedendomi con cosa vogliamo andare. Col bus, naturalmente.

Incomincia subito a raccontarmi la sua storia, siamo così prese, lei a raccontare e io ad ascoltare, che non cerchiamo nemmeno un posto a sedere e ci spostiamo perfettamente sincronizzate, avanti e indietro attraverso l’autobus per evitare il sole che entra rovente dai finestrini. Suo marito, uno scrittore, era finito nella lista nera di Milosevijc. Sono andati via appena in tempo, prima in Grecia, poi a Parigi, adesso a Sarajevo. Anche se la guerra è finita lui in Serbia non può più tornare, in quanto esule, lei torna a controllare che la sua casa non sia stata occupata da qualcuno che ne aveva bisogno. Quella di non ritrovare la propria casa è una delle tante preoccupazioni di chi se ne va.

Parla di politica con toni dissacranti, a voce alta, non sta ferma un momento, spalanca gli occhi, ride di tutti, sintetizza in battute sarcastiche anni di passioni, di tormenti, di tensione. Seguo ipnotizzata i suoi ragionamenti semplici, rido con lei. Faceva l’attrice, girava la Jugoslavia recitando sempre nella stessa lingua e la capivano tutti, in qualsiasi stato della federazione, nelle grandi città come nei paesini. Oggi non è più così, spiega, ogni stato della ex Jugoslavia vuole prendere le distanze dall’altro e lo fa anche personalizzando la lingua che era di tutti. Non vogliono più parlarsi né capirsi. E il caffè turco in Serbia si chiama caffè serbo e in Bosnia caffè bosniaco.

Arriviamo a Sarajevo, mi fa vedere dove abitava prima e dove abita adesso. Le due case sono vicine. Per una come lei che ha spostato la sua anima da un paese all’altro, che ha attraversato frontiere, cambiato idiomi, cibo, paesaggi e clima, impacchettare, per spostare di poche centinaia di metri, armadi posate libri e gerani per stare un po’ meglio, non è certo un’impresa difficile. Per una come lei.

Beviamo un caffè e in un attimo arriva il momento dei saluti, non ha mai smesso di parlare, mi chiede che altro deve aggiungere. Le auguro  buona fortuna. Ci abbracciamo.

E’ mattina presto, la biglietteria è affollata, un bimba vestita di rosa mi colpisce per la sua vivacità mentre noi adulti in fila aspettiamo assonnati il nostro turno. Me la ritrovo compagna di viaggio, sul bus per Srebrenica. Due donne sedute davanti a me parlano concitatamente, strano, di solito il silenzio è assoluto, cosa avranno da raccontarsi? Il bus fa una sosta, c’è un ristorante con tanti tavolini all’aperto, sotto gli alberi. Sto per sedermi quando le due che chiacchieravano occupano il tavolo dove stavo per sedermi, mi allontano ma loro mi chiamano e mi invitano a stare tutte insieme, poi chiamano un’altra donna che viaggia sola. Ordiniamo caffè. Le guardo, hanno tutte e tre gli occhi azzurri, quel bell’azzurro dei Balcani. Due hanno l’aria mesta delle donne di campagna, l’altra è elegante, scarpette a punta luccicanti, vari gioielli veri e falsi, una camicetta scollata.

Appena scopre che posso capirla incomincia a parlare. Snocciola storie incredibili una via l’altra come se non parlasse di sé ma facesse semplicemente un elenco delle cose che possono accadere nella vita. E’ sbrigativa, non fa considerazioni. Lei e la donna con cui parlava si sono ritrovate su questo autobus per caso, non si vedevano da 37 anni, è stata la più vecchia, o meglio, la più invecchiata, a riconoscere l’altra. E’ entusiasta di questo incontro. Lei è emigrata a Parigi quindici anni fa portandosi dietro il suo mestiere di meccanico. E’ stata la sua fortuna. Lavora molto e guadagna bene. Ha programmato di tornare in Bosnia e compra piccoli appartamenti che costano veramente poco, soprattutto per uno stipendio francese. Suo marito è morto di cancro da cinque anni, fumava tanto, a lei il fumo non piace, lo sottolinea con una smorfia e ripete questa storia tre volte senza, tuttavia, riuscire a farci spegnere le nostre sigarette. In aereo ha conosciuto un militare italiano, una persona interessante che parla bosniaco così bene, ma così bene. Si è innamorata ? Scoppia a ridere e guarda di lato. Si, sei innamorata.

Il suo unico figlio maschio è sparito da Srebrenica dieci anni fa. Aveva 23 anni. Non hanno ancora ritrovato il corpo. Il tempo delle confidenze è finito, l’autobus deve ripartire, ma lei non si arrende, non può lasciarci con la nausea di un pugno nello stomaco e riesce a raccontarci ancora che ha 17 nipoti. Diciassette, ripete ridendo. Ridendo perché lei non si arrende.

Torniamo a bordo, c’è una certa allegria, io sprofondo nel mio sedile pensierosa, anche se non so proprio cosa pensare. Una donna con un fazzoletto bianco in testa si siede di fianco a me e appoggia sulle gambe una grossa borsa che non sembra mai essere stata nuova, una borsa che anche trent’anni fa chiunque avrebbe definito una vecchia borsa. La bambina vestita di rosa offre caramelle ai passeggeri. Mangio subito la mia mentre la mia vicina mi fa vedere che mette via la sua, non capisco se la mangerà dopo o la darà a qualcuno. Sicuramente la darà a qualcuno. Prima di scendere l’emigrata viene a salutarmi, mi stringe la mano. E’ di buon umore.

Io invece scendo al capolinea. Non c’é nessuno. Non c’è la ressa delle stazioni, non ci sono autobus parcheggiati, non ci sono luoghi di ristoro né edicole né biglietterie, non c’è una tettoia. Non c’è niente. Due edifici bruciati che chiudono a semicerchio due lati della piazza, dei lampioni arrugginiti  ripiegati mollemente su un lato, un muro diroccato, una casa senza vetri alle finestre, un’altra coperta da decine di buchi neri.

Benvenuti nella città di Srebrenica, da qui è passata la guerra.

Per il ritorno l’autista mi indica con la testa il luogo dell’appuntamento. Cerco istintivamente il cartello che segnala la fermata del bus, come se la guerra lo avesse risparmiato per me…

Salgono nuovi passeggeri e tra loro una donna alta, magra, dai gesti lenti e il portamento elegante. L’autista fa spostare l’ uomo che era seduto al posto migliore per fare accomodare lei. Deve essere una persona importante. Chissà chi è. L’autobus, come di consueto, fa la sosta vicino a un ristorante con i tavolini sotto gli alberi, la donna si siede distante, da sola, mi guarda, fa dei segni con la mano e capisco che sono rivolti a me. Penso che forse è un po’ matta ma forse no, vuole dirmi qualcosa e cerco di decifrare i suoi gesti: le dita che formano il numero tre e poi volano dietro le spalla.

Siamo in fila per risalire sull’autobus, adesso la donna mi è vicina. Mi mormora nell’orecchio poche parole che miracolosamente riesco a tradurre: due maschi una femmina. Tre. Non ho bisogno di altre  spiegazioni. Spariti da Srebrenica. Ecco chi è, una madre.

Viaggiano gli autobus in su e in giù, verso est e verso ovest, nei Balcani Occidentali, lungo i corridoi progettati dalla Comunità Europea. Viaggiano gli autobus tra montagne verdissime percorse da mille fiumi e mille ponti. In questi luoghi dove l’uomo ha inventato un nemico, dove la sua guerra ha lasciato ferite profonde nelle persone, ha oltraggiato le cose e le case viaggiano gli autobus, e trasportano persone. Trasportano donne che nel loro bagaglio hanno il bisogno di giustizia, la voglia di vivere, la necessità di non dimenticare, di non essere dimenticate. Donne che cercano, tornano, inseguono, raggiungono, cambiano. Sono le mie compagne di viaggio.

A loro va tutta la mia gratitudine perché hanno speso il tempo del nostro breve incontro per mostrarmi altri scenari, altre geografie. Mi hanno consegnato le loro storie col tacito compito di raccontarle, di mantenere intatto il filo della memoria. Fatto.