MUSICA E PENSIERI

 

 

   “Concerto all’aperto. Movimento. Vento nel cielo. Cielo. Le piante a casa da annaffiare, la cena. Mio marito. Però! bello questo mio vestito. Sta più attenta alla musica: sì, bello il violino che sale, sale... malinconia...”

   «Lei, signorina, fa troppo rumore, pensando!»

   Trasalisce: «Come? Che cosa?». E poi, «Non sono signorina, ma signora». Così aggrava, se possibile, con una precisazione stupida quella sua condizione di colpevolezza.

   Ma che si dice? Far troppo rumore pensando? Ha sentito bene?

   «Non me lo faccia ripetere, che altrimenti finisco per disturbare anch’io il concerto, cercando di spiegarle» taglia corto l’anziano distinto signore, certo un Maestro dei musicisti della scuola che si esibisce sul palco, seduto nella fila dietro di lei.

   «Ma come?» si domanda ancora lei mentalmente, arrossendo perché forse questo suo interrogarsi continua a fare ancora più rumore. E infatti lui la guarda severo.

   “Ma come?” riflette più pacatamente. Di quando in qua il lavorio mentale, le cosiddette ‘rotelle che girano’, al di là della popolare metafora producono realmente rumore? Nulla di materiale si sposta entro la scatola cranica, se non lo sfrigolare di contatti neuronali, a miriadi, incontrollati, turbolenti sovente; molto sovente.

   Quasi le sfugge un grido mentale di sorpresa: dunque l’anziano Maestro, così fine di udito da percepire le minime variazioni di tono del violino suonato dal suo pupillo, coglie anche il nervoso scoccare e scontrarsi di quelle scintille. «Ma perché le mie? mi scusi» pensa lei, guardandolo ancora di sottecchi.

   Sa di essere particolarmente nervosa e disordinata nei pensieri, di affastellare l’una sopra l’altra tante idee difformi fra loro, che si combattono, si rubano il posto e tutte insieme le muovono battaglia, mentre vorrebbe godersi in santa pace il concerto. “Vorrei udire, capire e sognare.”

   Davvero le due cose insieme? Chi ben conosce la musica, come il Maestro per esempio, ascoltando un bel brano sapientemente eseguito coglie ogni frase del discorso musicale e la intende (paragona, decifra, collega). E non produce forse rumore anche lui, nel farlo? “Non so, io non lo sento.”

   Chi invece è semplicemente un amatore, un ascoltatore sensibile, gode e sogna, trasportato da un’onda dalla quale non si distacca, perché in essa sceglie di avere il suo sostegno nel viaggio. È un navigare meno energico, un quieto galleggiare che certamente fa ‘pochissimo rumore’, rispetto al suono dominante delle note esterne.

   “Capire, non riesco se non in minima parte; sognare, soltanto a tratti e per brevissimi tragitti, interrompendo i quali riprendo ad annaspare a modo mio, rischiando come sempre di affogare.”

   Vento che agita il vestito. Che scompiglia i capelli della signora nella fila davanti. I lavori a casa ancora da fare. La cena dopo. Gli impegni di domani. Quanto è bella la musica: Brahms che piace tanto, che sale, accompagna, poi improvvisamente fa inciampo, come un tuffo al cuore, perché getta fra le note una sincope o una serie di accordi striduli; fa sognare tragedie moderne, dopo dolci romanticismi. “Brahms che scorre verso il finale ed io, ed io...”

   «Signora, la prego» sibila lui, severo, mostrando di aver colto la frivola precisazione anagrafica di poco prima.

   «Mi scusi» si arrende lei, giusto in tempo per sciupare gli ultimi accordi. Il pubblico applaude, l’esecutore si inchina, riportando il clima generale a una rassicurante, corposa normalità.

   Quasi. Ché poi, rientrando a casa, ella riflette ancora, trascinandosi dietro una potente scia di note che non la vogliono abbandonare: poche, ma riccamente modulate ed insistenti. E ne ride pure, perché se durante il concerto rumoreggiavano gli attrezzi casalinghi, ora, al ritorno, tocca agli strumenti musicali.

   Si volta. E qualche passo indietro, sulla medesima via che riporta molti degli spettatori verso il centro cittadino, cammina anche il Maestro. Chissà se ‘sente’?

 

Loredana Faletti