Premessa: la situazione descritta è reale, vissuta dalla stessa persona in momenti e con stati d’animo diversi.

Tarantasio, mitico drago della palude lodigiana – che identifico con il progresso – si è risvegliato, stuzzicato dalla costruzione di una nuova strada, che ha sconvolto non solo materialmente  il sentiero ma soprattutto i miei pensieri riuscendo a trasformare il  “ mio “ percorso da passionale alleato in nemico da sconfiggere.

 

La strada del Costino

Serenità

            La magìa dura poco. Il suo mese è Maggio, la sua ora il tardo pomeriggio.

E’ una strada bianca; la si percorre in un quarto d’ora, lentamente.

Da quando sono sorte la magnifica villa, punto di partenza e la cascina, naturale sbocco d’arrivo, forse un centinaio d’anni fa, nulla è mutato: la stessa polvere, le medesime curve, l’identico fossato.

Bisogna percorrerla soli. Anche la compagnia di un amico  romperebbe l’incantesimo.

Nel silenzio godi il frastuono della natura che a Maggio impazzisce. Lo spasimante sambuco fiorito s’innalza verso la femminile robinia che complice un refolo d’aria tiepida, danzando e roteando ammicca e lo provoca, tentando di congiungersi.

Il sudore delle piante, fondendosi, droga l’aria che stordisce di un profumo intenso.

La sorpresa di un vallone in piena pianura consente un percorso a mezza costa sicchè la visione si allunga e si stempera nel violetto della distanza.

La  luce radente , le ombre lunghe della sera, gli intrecci dei rami che incidono il cielo, i campi ormai sfumati di bianco dalla delicata ed evanescente sfioritura della cicoria, acquerellano lo stesso paesaggio che in pieno sole, grasso e vigoroso, pare invece dipinto ad olio.

L’aria penetra, s’espande. E’ dolce arrendersi.

La felicità,  non quella che faticosamente costruiamo e che testardamente  conquistiamo è qui, solamente resa davanti al bello.

E allora , stesa nell’erba alta, tornata nell’animo bambina, riscopro la gioia delle cose viste da sotto in su.

L’erba ingrandita dalla vicinanza  e dal microscopio della memoria  si distingue e si separa. Il tutto diventa particolare ;i colori si diversificano, le altezze si confrontano, le qualità delle essenze si evidenziano. Ogni stelo s’intrufola, s’innalza, s’allarga, s’avvinghia, si contorce; è la lotta per la conquista del posto al sole.

Basta alzare il capo sopra la distesa e la miopia dell’adulto di nuovo mi coglie  e ritorna a deludermi. Mi rituffo; che bellezza, che rifugio!.

Rientro. Un imperativo che viene da dentro mi costringe più volte a girarmi. M’imbevo di colori, assorbo profumi.

            Un papavero rosso, sempre lì tutti gli anni, fragile pietra miliare del mio sentiero, prima che il piede tocchi l’asfalto, mi annuncia che Maggio sta per andarsene.

E’ l’abbaglio di una nuova magia, fonte di densi misteri tutti da scoprire. Giugno matura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Depressione

            Ci ritorno tutti i Maggio al mio percorso, con accanimento per non perdere le radichette ormai anemiche e superficiali che m’agganciano al terreno dei ricordi.

            Mi faccio male all’anima – non so perché – ma la calamita dell’ansia mi costringe a ripercorrere quel sentiero, a calpestare quella polvere a calciare quelle pietre.

            Fino alla prima curva e controcurva e m’illudo, ma se proseguo e getto lo sguardo avanti, la compressione allo stomaco mi avverte che ho sbagliato il viale delle rimembranze.

            Tarantasio  s’è svegliato.

Emerge lucido e subdolo, rivelandosi solo a tratti: mostro di Lockness lodigiano che sprofonda nella campagna, calpestando soffici zolle e macchie di papaveri.

Assorbe il profumo della camomilla e della robinia. Solo l’effluvio selvatico del sambuco resiste e droga il mio cervello.

Con una zampata ha prosciugato il fosso, che silenzioso irrorava viole e giunchiglie a primavera.

Anche i ciliegi che infiocchettavano la cascina con tocchi di bianco borotalco, sembrano estranei e funebri decori alla sua brunita carcassa.

Non mostra totalmente la sua ferocia. Codardo affonda la testa sott’acqua, per riemergere con un guizzo di dorso tra abbandonate cascine e languide rogge.

            “ Tu fai la tua vita “

Ma sono io incapace d’adeguarmi al cambiamento? Dovrò perlustrare un altro percorso.

Non riesco ad immaginare un altro luogo così affascinante: cerco con il pensiero prati, fontanili, ciottoli e cieli diversi ma non sei tu. Dovrò abbandonarti.

Forse, però, so dove trovarti mutato per ritrovarmi. Ma è duro rompere il guscio che m’incapsula.

La corazza è troppo incrostata.

            C’è nella mia mente un viottolo scosceso, stretto fra alti alberi, insidiato da arbusti che m’intralciano il passo. E’ buio ma non temo l’oscurità, anzi m’avvince, ma non oso decidermi.

            Devo tornare bambina per avere il coraggio d’affrontarlo. Solo così, con il miraggio della favola, con la testa di Alice e la lucidità di Pollicino, scosterò i primi lacci dei rovi, sfiderò le frustate elastiche dei rami dei salici, calpesterò le ortiche ma raccoglierò anche qualche sbiadita pervinca, timido conforto alle mie paure.