Alle 6 e 55 la radiosveglia scattò trasmettendo una
canzoncina morbida, ritmata, allegra ma non urlata. Avrebbe potuto
tranquillamente essere un risveglio “soft”, quello di Lorenzo, che invece si
svegliò indolenzito, disorientato e con la sensazione di non aver dormito
affatto.
Di nuovo quel sogno ad agitare la notte. Da più di
tre mesi ormai, Lorenzo sognava di trovarsi in un’enorme stanza dalle luci
soffuse, collegata su due lati, tramite degli archetti sorretti da eleganti
colonnine in marmo, a dei piccoli balconi che
lasciavano intravedere dall’interno un paesaggio notturno; le chiome di placide
palme spuntavano appena sopra il livello dei parapetti, anch’essi composti da
basse e panciute colonne di pietra. L’atmosfera era limpida e il cielo,
puntellato di stelle, era come rinfrescato dalla chiara luce
di una luna a tre quarti. Tutto questo era però contingente e funzionale nel
dare un senso di freschezza all’interno del locale, unica vera scenografia
dell’azione del sogno. La stanza era estremamente
spaziosa e priva di mobili, tranne qualche tavolino in legno antico corredato
di specchio a cornice ovale, contro le pareti. Il pavimento era però ricoperto
di cuscini e drappi ricamati con colori caldi come il rosso, il
giallo e sottili filamenti di blu intenso, il blu di quel cielo
notturno; i velluti, che con le loro onde pavimentavano la stanza, sulle pareti
cedevano il posto a leggere sete e tessuti semitrasparenti che si lasciavano
penzolare e, con i loro colori più tenui, socchiudevano il passaggio ad alcuni
degli archetti che portavano sui balconi.
Le altre due pareti della stanza erano contigue a dei piccoli
locali simili a privé, ai quali si accedeva tramite
un’altra serie di archetti.
Una di queste stanzine nascondeva il suo interno con un velo
rosa che bloccava gli sguardi curiosi sulla soglia. Una luce, però, proiettava
sul tessuto un’ombra, anzi quattro ombre: quattro ombre di quattro uomini, una
band formata da basso, batteria e due chitarre. Erano
le sagome di quattro musicisti, dove “sagome” è da interpretare in senso
letterale visto che i movimenti e i profili
arrotondati di mani, testa e scarpe e quelli fin troppo squadrati di gambe e
spalle facevano pensare proprio a delle sagome di cartone. La mente di Lorenzo
però li aveva subito catalogati come i quattro di Liverpool, i mitici Beatles
in carne ed ossa! Aveva riconosciuto i contorni dei baffoni e delle divise alla
“Yellow Submarine”… e infatti, tolto lo sguardo da
quell’angolo, un attacco di batteria faceva partire una loro canzone: “Free as
a bird”!
Da quel momento la canzone faceva da sottofondo a tutto il
resto del sogno, un sogno nel quale Lorenzo si vedeva correre in giro per la
stanza, visibilmente felice e sorridente, quasi compiaciuto mentre sventolava
una piccola bandiera triangolare rossa attaccata ad una leggera asticella. La
chitarra suonava un’introduzione “slow-rock” e la voce di McCartney intonava le
prime parole: “Free as a bird”!
Su questo tappeto musicale Lorenzo saltava, saltava e correva
vedendo la propria immagine al ralenti; e aveva un’espressione uguale a quella
che hanno i personaggi di uno stereotipo piuttosto
comune, quello dei due innamorati che si corrono incontro con le braccia
allargate in un campo di fiori: identico!… con la differenza che lui correva da
solo con in mano una bandierina in una specie di harem deserto.
In quel momento Lorenzo si sentiva come soddisfatto di se
stesso. E intanto i Beatles cantavano: “Free as a
bird!”.
Poi però cominciava a sentirsi in lontananza un ronzio, come
il motore di un piccolo aereo… e invece no, era un elefante, un piccolo
elefante che svolazzava allegro sopra la testa di Lorenzo ad ali… pardon…
orecchie spiegate.
Volava, faceva un paio di giri in tondo e
poi giù in picchiata verso Lorenzo, guardandolo serenamente negli occhi con un
sorriso beffardo, per quanto possibile. Gli atterrava proprio di fronte, lo
osservava per qualche istante e poi, con un rapinoso colpo di proboscide, gli
toglieva la bandierina di mano, portandosela via mentre riacquistava quota.
In quegli istanti Lorenzo si sentiva come un bambino al quale
un omaccione dispettoso ha portato via il lecca-lecca! Poi però si riprendeva,
tentava di reagire ma solo per non scoppiare a piangere: lo smarrimento gli
stringeva la gola e i suoi insignificanti salti non gli permettevano nemmeno di
sfiorare le zampe dell’elefante che si esibiva in eleganti e divertenti
acrobazie aeree.
L’elefante sembrava mostrare un sorriso estasiato e i suoi
occhi inseguivano una luce invisibile all’interno della stanza; volava e
sventolava felice la sua bandierina, totalmente incurante degli sforzi di
Lorenzo. E i Beatles continuavano a cantare: “Free as
a bird!”…
Da almeno
tre mesi la mente di Lorenzo generava ogni notte sempre quello stesso sogno. Si
trattava di un incubo tutto sommato assurdo, ma
inspiegabilmente lo sprofondava in una depressione che lo vedeva immergersi in
un senso assoluto di fallimento così, senza una logica motivazione. In realtà,
lui le ragioni che collegavano quell’incubo ai suoi stati d’animo
le conosceva bene, ma non avrebbe mai saputo spiegarle a nessuno, nemmeno a se
stesso. I sogni hanno il potere di farci provare forti emozioni, anche
apparentemente slegate da quelle che sono le visioni oniriche; emozioni che
durante la veglia tendiamo a censurare o trattenere, o
che magari vorremmo provare ma non ci sono concesse. In ogni caso emozioni con
tutte le carte in regola per essere definite tali, anzi spesso talmente intime
e sconvolgenti da condizionare profondamente il nostro umore e il nostro modo
di comportarci, pur essendo state cancellate, al risveglio, dalla parte visiva
della nostra memoria. Per questo, malgrado non sembrasse
esserci alcuna coerenza con l’incubo che lo tormentava, da più di tre mesi
Lorenzo si svegliava con l’indolenza di chi ha perso ogni speranza e vede nel
lento susseguirsi delle giornate solamente una fastidiosa formalità di cui fare
volentieri a meno.
A svegliarlo, quella mattina, non erano state le note che
uscivano dalla radiosveglia, bensì le grosse lacrime che straripavano dalle
palpebre ancora chiuse mentre, nella fase intermedia tra sonno e risveglio, il
suo animo veniva soffocato da un’acuta tristezza che
gli impediva persino di sfogarsi in un pianto fragoroso, perché sempre
temperata da una dolce malinconia.
Lorenzo rimase a letto una buona mezz’ora sveglio,
apaticamente calmo, incurante delle prime lacrime del mattino che ancora gli
inzuppavano le guance. Aspettò che asciugassero, immobile, e aspettò che il suo
cervello cominciasse, com’era naturale, a secernere un qualche tipo di sostanza
stupefacente che funzionasse da anestetico contro il dolore. Attese
pazientemente che la droga entrasse bene in circolo e
racchiudesse la sua mente in un mondo ovattato, che filtrava dall’esterno solo
le informazioni necessarie e a lui congeniali.
Si alzò, cercando di non turbare più del dovuto la quiete
degli oggetti che lo circondavano; come se improvvisi rumori o bruschi
cambiamenti di stato avessero potuto in qualche modo strapparlo a quella calda
sacca amniotica nella quale si era temporaneamente rifugiato. Pregava,
supplicava dentro di sé anche tutti i rumori esterni e indipendenti da lui di
durare poco e, se proprio si sarebbero dovuti prolungare, di non andare oltre
il percettibile, come per paura di interrompere il sonno di un bambino
capriccioso. E in un gioco di equilibrio animistico,
teneva a freno pensieri ed emozioni, perché non modificassero la precaria
tranquillità circostante.
Per tutta la mattinata parlò poco, giusto l’essenziale o
qualcosa meno, parole clandestine con timbro innaturalmente grave.
Dopo pranzo (pochi bocconi forzatamente ingoiati sfidando un
leggero senso di nausea) decise di stendersi sul divano e trovare qualche
minuto di abbandono. Lorenzo, oltre a perdere
l’appetito, quando le ansie del quotidiano si facevano troppo opprimenti, non
vedeva l’ora di potersi coricare, per estraniarsi dai problemi che lo stato di
veglia portava inevitabilmente con sé e permettere al sonno di operare una
sorta di “reset mentale” che annullava tutto quello che era avvenuto precedentemente.
Molle d’accidia, aspettava solo un’occasione per poter fare
tabula rasa di tutti i problemi accumulati nell’arco di tempo
trascorso dall’ultimo riposo. Tutto questo, però, prima che il diabolico
elefantino cominciasse a tormentarlo.
Chiuse gli occhi. La stanchezza dovuta al mancato riposo
della notte aveva reso la sua mente debole agli attacchi del sonno, che in
pochi istanti la inebriò per farsi concedere un giro
di valzer. Ma improvvisamente due colpi secchi di
fucile fecero sobbalzare Lorenzo che ebbe l’impressione di cadere nel vuoto e
scattò seduto sul divano, con la fronte gelida e sudata e un tremore al cuore.
Non erano state due fucilate chissà dove, ma due colpi di
batteria rimbombanti nel suo cervello: se si può dire che i sogni attraversino
una fase di loading, quello di Lorenzo, ancora prima di aver caricato il video,
aveva fatto partire l’audio. Se ne rese conto subito. Meglio abbandonare l’idea
della pennichella.
Telefonò a Eleonora per dirle che
più tardi sarebbe passato a prenderla. Che fortuna
poter stare con la ragazza che ami… Con lei tutte le paure scompaiono, pochi
minuti da soli bastano per ricaricarti dell’energia consumata nelle battaglie
di tutti i giorni e ti senti di accettare qualsiasi sfida, che ti appare ben
piccola cosa con lei che ti guarda e ti stima e ti protegge.
C’è lei, il resto è relativo. Sì,
magari… una volta era così, prima che Lorenzo cominciasse a chiudersi nel
silenzio, prima che diventasse così insicuro nei movimenti, che si imprigionasse con le proprie mani in una solitudine
spietata; quando la convinzione di poter cambiare il mondo era una realtà
oggettiva che lo rendeva insuperabile anche nella sconfitta, quando Eleonora si
era innamorata di lui e prima che ogni loro incontro si trasformasse in un tentativo
disperato da parte di lei di riportare a riva un moribondo disperso in mare,
con liti furiose in alternativa soltanto a rari momenti di euforica
eccitazione, picchi di schizofrenia che preannunciavano intere giornate di
vuoto silenzio. Prima, senza dubbio molto prima che quell’elefante facesse la
sua comparsa, visto che di tutta quella situazione
sembrava non essere altro che una creatura partorita.
Il sole cominciava a scendere e ancora una volta li vedeva
litigare, in macchina, fermi davanti a casa di
Eleonora dopo ore passate girando a vuoto: lei che gridava e, pur con tutta la
sua forza, tratteneva a stento le lacrime per evitare che l’attenzione si
spostasse su di sé; lui che non aveva nemmeno la forza di guardarla negli
occhi, figuriamoci di stare dietro a quella scenata. Aveva degli scatti
infantili, le urlava di finirla e sbraitava confusamente le proprie ragioni, o
più probabilmente le prime che gli passavano per la testa, sperando che lei la smettesse di fare domande e provare a smuovere una condizione
che per lui era inamovibile.
Silenzio. Fino a quel momento l’autoradio era rimasta accesa
soltanto per abitudine. Si concentrò nell’ascoltarla, facendo finta di niente e
per riuscire, per qualche attimo, ad illudere se stesso che fosse tutto come
una volta. Il dj annunciava un gruppo. Chi? Eh, già, i “fab-four”! Chi altri se
non quei quattro rompicoglioni che lo perseguitavano?
Lorenzo si affrettò nervosamente a girare la manopola e spegnere la radio prima
che venisse pronunciato il titolo della canzone;
solamente immaginare quale potesse essere gli metteva i brividi, meglio restare
nel dubbio.
La sera arrivò in silenzio.
Dopo cena, o meglio dopo l’ora di cena, passò
Alex e uscirono insieme. Lorenzo, guidando, gli raccontò dell’ennesima litigata
con Eleonora. Alex sorrideva e sfoderava le classiche frasi di circostanza:
frasi ironicamente virili, prese pari pari dallo “Statuto ufficiale di
solidarietà maschile”. In realtà frasi del tutto inservibili
allo scopo di dare coraggio ad un’anima confusa; piuttosto mirate, nella loro
irritante ovvietà, a desensibilizzare un uomo da qualsiasi forma di
rivoluzione morale, per uniformarlo ad un sincero ed orgoglioso senso di
protettiva comunione dei mali.
Ma d’altronde era il suo migliore
amico, cos’altro gli poteva raccontare?
Portarono la macchina fin fuori paese, su viottoli sterrati
nel buio dei campi. Si fermarono davanti all’edicola della Madonna Addolorata.
Lorenzo non aveva ancora spento il motore che già Alex gli passava la sigaretta
che si era farcito lungo il tragitto.
Fumavano, e mentre nell’abitacolo si alzava una nebbiolina
profumata, anche nel cervello di Lorenzo si addensavano nuvolette bianche e in
lontananza un minuscolo puntino psichedelico. Ad ogni tentativo di osservarlo fisso il puntino schizzava ai limiti del campo visivo, per
poi riportarsi lentamente al centro. Si avvicinava, in qualche modo sembrava
avvicinarsi e prendere forma, i contorni si modellavano e si facevano via via
più chiari e comprensibili finché l’immagine non fu nitida e ben delineata: cazzo, era un elefante!