CON OCCHI DI BAMBINO

 

 

 

Colombia- il Paese è in guerra, la gente muore di fame, se sopravvive ai colpi d’arma da fuoco. Abdul, otto anni, racconta che mamma e papà sono morti, la sua famiglia è stata trucidata davanti ai suoi occhi ed egli si è salvato fingendosi morto. Ha un fratello, forse ancora vivo: è dovuto andare a combattere; da quando è partito, non ha più sue notizie. Abdul soffre, ma, se allunghi una mano e gli accarezzi il viso, sorride. E’ solo.

Empoli- Luca, cinque mesi: hanno trovato il suo corpo senza vita vicino a casa; Mara, sua madre, è in stato confusionale, dice di non ricordare e piange. Ma intanto Luca è morto. Dicono che fosse una persona per bene, “una famiglia tranquilla, brava gente” riferiscono i vicini. Forse però qualcuno avrebbe potuto accorgersi che, dalla nascita del figlio, Mara soffriva di depressione. Nessuno sembra averlo notato e ormai è troppo tardi: Luca non c’è più.

La cronaca di tutti i giorni ci propone episodi simili: guerra, violenza, abusi, omicidi…in una sola parola, morte.

Ma se mi guardo intorno, se osservo il mio piccolo mondo, quello in cui vivo tutti i giorni, trovo mille motivi per cui vale la pena sorridere. Primo tra tutti i bambini, con i loro grandi occhioni che ti fissano penetranti, i loro gesti goffi, quell’aria interrogativa, la bocca imbronciata pronta a regalarti un sorriso, se sai donare loro qualche attenzione.

Potrei passare ore in un parco ad osservarli: a guardare i loro movimenti e i loro giochi, a sentire le loro urla, le risate e i pianti. Sanno farmi dimenticare le preoccupazioni e i problemi; sanno attenuare la tristezza, quando le cose non vanno come vorrei; sanno farmi ridere anche se sono arrabbiata.

E più li guardo più mi rendo conto che, con i miei ventidue anni, posso non solo insegnare qualcosa a loro, ma anche imparare da loro. Attraverso i loro semplici gesti, le loro ingenue parole, il loro sguardo penetrante e il loro ampio sorriso, posso imparare a leggere il mondo.

Avevo quattordici anni quando ho iniziato ad insegnare ginnastica a bambine tra i cinque e i nove anni. Appena raggiunti i quattro anni e mezzo, Roberta si è aggregata al mio gruppo: alcuni esercizi erano troppo difficili per lei e si rendeva conto che le compagne erano in grado di farli. Così si avvicinava a me con il capo chino e l’aria demoralizzata, alzava il viso e mi guardava con le labbra imbronciate e gli occhi tristi; mi sussurrava con voce flebile “Io non gioco più”. La sua tenerezza e l’umiltà con cui dichiarava il suo non essere in grado mi riempivano il cuore.

Veronica, invece, diceva qualche parolaccia; così a volte una bambina mi si avvicinava, mi faceva

 

cenno di abbassarmi e mi sussurrava all’orecchio: “Veronica ha detto una parolaccia; io non posso ripeterla, però era brutta”. In alcuni casi mi veniva proposto un sinonimo per farmi capire la gravità del fatto.

            E mi ritrovo a pensare come sarebbe bello se gli adulti sapessero inorridire di fronte alla violenza e alla guerra nello stesso modo in cui un bambino si scandalizza davanti ad una parolaccia.

Quante volte capita che un bambino richiami la nostra attenzione per renderci partecipi della sua ultima “scoperta”! Non appena entravo in palestra, Lara, cinque anni, mi accoglieva con una frase che iniziava sempre con le stesse parole “ma lo sai che”, toccandomi il braccio per attirare la mia attenzione se stavo parlando con qualcun altro. A Martina, sei anni, era nata una sorellina e ad ogni allenamento voleva aggiornarmi sulle conquiste e i cambiamenti di Sara, ad esempio sulle dimensioni del suo corpicino: “Manuela, ma lo sai che mia sorella, quando è nata, era grande così e adesso, a otto mesi, è diventata grande così?” e accompagnava questa frase con ampi gesti e uno sguardo pieno di orgoglio.

Alice, invece, mi raccontava sempre barzellette: sfruttando i cinque minuti di pausa tra due esercizi, iniziava questi lunghi racconti, che spesso interrompeva perché non ricordava una parte oppure ricominciava quando si accorgeva di aver dimenticato un particolare. A volte riusciva a giungere alla fine, ma la barzelletta si era trasformata in una storia senza logica e mi rendevo conto che era terminata solo perché Alice non parlava più. E mentre mi guardava con due occhioni speranzosi, con la paura di non ottenere l’effetto desiderato, la risata sgorgava spontanea, non semplicemente per compiacerla.

E come non sorridere quando un bambino, che da poco ha imparato a camminare, vuole sperimentare le sue capacità e corre, per inseguire il fratello maggiore, e, mentre corre, ride e si guarda intorno, fino a quando, non avendo ancora raggiunto un perfetto equilibrio, cade! Si protegge con le mani, ma non è sufficiente perchè non si faccia male e allora piange. Basta avvicinarsi e tendere una mano che il piccolo smette di piangere e con un ampio sorriso, appoggiandosi sulle sue manine, si rialza.

            Se gli adulti sapessero osservare la realtà che li circonda con gli occhi ingenui di un bambino, saprebbero stupirsi continuamente di fronte a montagne innevate e tramonti sul mare, saprebbero meravigliarsi di un miracolo della natura come la crescita di un bambino e troverebbero la voglia di esplorare il mondo con lo sguardo di chi vede qualcosa per la prima volta.

 

 

 

 

Durante un allenamento Lucia, sei anni, si è messa a piangere senza un apparente motivo, quel giorno era particolarmente suscettibile. Era un periodo difficile per me: l’ho guardata e, abbracciandola, le ho sussurato “anch’io sono triste”; lei ha appoggiato la sua mano sul mio braccio, smettendo di piangere. Non poteva conoscere il motivo della mia tristezza né poteva credere fosse più valido del suo, ma è bastato che io condividessi il mio dolore con lei perchè sapesse che poteva reagire alla malinconia con un sorriso. E il suo gesto mi ha aiutato a dimenticare le mie preoccupazioni.

E ogni volta che un bambino mi guarda con curiosità, gli occhi spalancati, i miei tristi pensieri svaniscono immediatamente. Magari quella fragile creatura non mi conosce e mi vede per la prima volta, incrociandomi per strada, e mi sorride, m’indica ai suoi genitori e per qualche secondo ha occhi solo per me.

Come sarebbe bello se bastasse così poco per cancellare i problemi, eppure quegli attimi mostrano che è possibile: si può dimenticare, perdonare, superare le difficoltà ed essere felici e sereni.

            Se gli adulti sapessero guardare il mondo con occhi pieni di stupore e se sapessero guardare una persona come se fosse unica, tutto sarebbe più semplice e non troverebbero la forza per commettere violenze.